Recensioni

A due anni dallo splendido Elephantine, il compositore egiziano Maurice Louca, già membro di Karkhana e The Dwarfs of East Agouza, ritorna con un nuovo lavoro che ne conferma la pregevole statura artistica come anche una capacità di scrittura decisamente elegante e personale. Inizialmente pensato come collaborazione con gli ‘A’ Trio – gruppo di improvvisazione libanese, composto da Mazen Kerbaj alla tromba preparata, Sharif Sehnaoui alla chitarra preparata e Raed Yassin al contrabbasso preparato – il lavoro è in seguito confluito nel progetto commissionato da Mophradat, un’organizzazione artistica con sede a Bruxelles, per una nuova composizione microtonale da eseguire utilizzando strumenti modificati dal compositore. Circostanza che ha spinto quest’ultimo a espandere la formazione con il collaboratore di lunga data Khaled Yassine, l’arpista Christine Kazaryan della Praed Orchestra e Anthea Caddy, violoncellista australiana molto attiva nella scena improvvisativa berlinese.
Ispirate ai momenti di dissolutezza gaudente indicati con la frase Saet El Haz, le sei tracce collegano i concetti di fortuna e decadenza tramite un intenso mix strumentale di musica araba, folk psichedelico, intarsi free ed elettronica cruda, ma che stupisce ora per come rimandi idealmente al tempo presente, quello incastrato tra gli strascichi di una pandemia in atto e la luce che comincia a intravedersi alla fine del tunnel. Il riconoscibile tiro desertico di Louca, che già avevamo potuto ben apprezzare nel sopracitato Elephantine, emerge ancora in tutto il suo splendore, ma da un sostrato cupo, incastonato tra il bruitismo rumorista da cui prende piede l’apripista El-Fazza’ah (The Slip and Slide) e le melanconie notturne di Higamah (Hirudinea).
I brani di mezzo svicolano con un equilibrio particolare, che se da un lato tocca suggestioni poetiche (El-Gullashah (Foul Tongue)) e momenti di giovialità dal retrogusto ombroso (Bidayat (Holocene)), dall’altro impressionano per la capacità di armonizzare contrasti, come nelle ferine abrasioni che stridono sull’incedere teso e cristallino di Yara’ (Fire Flies) o nelle preziosità chitarristiche della title track, un sospeso post rock arabeggiante il cui magnetismo viene progressivamente invaso da fraseggi free e lapilli di elettronica discordante. Un affascinante album da non lasciarsi sfuggire.
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