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7.4

Su queste colonne avevamo lasciato Matthew E. White all’altezza del suo secondo disco solista, Fresh Blood, con il suo pugno di canzoni “dense e raffinate”, capaci di giocare “la partita col presente, opponendo con garbo implacabile il loro ritmo cardiaco al frenetico evaporare di eventi”. Nel frattempo, è successo un po’ di tutto nella sua carriera – e va detto che noi l’avevamo un po’ colpevolmente persa di vista. Di sicuro il ragazzo che ha messo le radici a Richmond, Virginia, ha dimostrato di essere un grande collaboratore. Da segnalare, almeno, l’ottimo Gentlewoman, Ruby Man scritto e realizzato con la giovane Flo Morrissey, e la recente (2021) sperimentazione in compagnia di Lonnie Holley (Broken Mirror: A Selfie Reflection).

A distanza di sette anni dal suo secondo disco solista, K Bay è invece un ritorno su territori più propri del songwriting e del rock, ma con grandi infusioni di soul, funk, psych e molto altro, centrifugato nella sfolgorante creatività del suo autore. Il sapore generale è di un disco progettato per essere massimalista in ogni sua mossa e con la caratteristica di mescolare continuamente le carte, con una serie di depistaggi che lo rendono contemporaneamente pregnamente emotivo e cerebrale al limite dell’ingegneristico. È la prova ennesima di un certo “strabismo” di fondo che da sempre caratterizza la cifra stilistica di White. Prendete per esempio Nested: un serrato giro di basso, quasi da hard rock, fa da spina dorsale a un brano che suona a metà tra una marcia glam rock e i Beach Boys. Oppure l’iniziale Genuine Hesitation, che suona come una cavalcata spreengstiniana, ma percorsa da un afflato country-soul/folk come se i 70s si incontrassero con le pulsazioni dell’oggi. Electric è invece un numero che tocca un’altra grande ispirazione di White, i Flaming Lips, non solo per i riferimenti sonori, ma anche per la generale giocosità del brano.

In un disco di oggi non può mancare anche un po’ di sociale e politico. Così ecco il medley Only In America/When The Curtains of the Night Are Peeled Back che rimanda a uno dei grandi padri della musica americana del novecento, Randy Newman. Altro omaggio a un pezzo di America in musica è il funk-da-musical di Judy (omaggio alla moglie) che ricorda una versione indie del Rocky Horror Picture Show (ancora una volta il tocco glam). Hedged In Darkness è forse la cosa più vicina al rock classico che White abbia mai scritto, quasi Elton John pronto per lo stadio di Wembley. Certo, non tutto funziona alla perfezione, come per esempio Take Your Time (And Find That Orange To Squeeze), che non riesce del tutto a far ingranare le due anime che si trovano in tensione in ogni brano. Eppure, Matthew E. White ha la capacità come praticamente nessuno oggi di suonare straightforward (come dicono gli americani) e contemporaneamente cervellotico nel senso buono. Avercene di impallinati del genere che ascoltano tonnellate di musica e da ogni singolo ascolto riescono a distillare un ingrediente per la propria arte.

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