Recensioni

6.9

Lo diciamo subito per evitare fraintendimenti: questo è un disco ad alto tasso di ruffianeria nei riguardi di mode, tendenze e facili entusiasmi da parte di gente dedita al pop. Ma è un album scritto bene, dove la melodia è sempre a presa rapida e la produzione sempre puntuale, a dirci che, nonostante i richiami agli anni 70, siamo nel 2015. Catch & Release è il secondo lavoro del cantautore americano Matt Simons, uno che senza dire nulla di sé finisce per essere il perfetto incrocio tra Gavin DeGraw e David Gray, con la benedizione di Phil Collins: vale a dire, una bomba perfetta per il mercato radiofonico mondiale.

A partire dall’opening track You Can Come Back Home è già chiaro che si è davanti a prodotto mainstream ben congegnato, che raccoglie gli esempi recenti di gente come Passenger, James Blunt ed Ed Sheeran e li rielabora secondo una sua impronta stilistica, che è quella della dance music: aggiungendo un’alto tasso di epicità si ottiene una sfilza di anthem da cantare negli stadi.

Non lasciatevi ingannare da un brano iniziale come l’omonimo singolo, che sembra settare i nuovi standard della folk pop music odierna: a partire da Tonight si cambia infatti registro e si va dritti sul dancefloor, mettendo gli orologi indietro di circa 40 anni. Stesso discorso per la ballata pianistica Weight On Me, che recupera alcuni stilemi di genere in effetti abbastanza abusati. Dopo la soulful ballad One Last Time, dove viene sciorinata una discreta ma didascalica lezione sul genere, si arriva a quello che probabilmente è il vero singolo di Catch & Release: Tear It Up, quasi di shakiriana memoria nel ritornello, è il perfetto esempio di come oggi si mettano insieme pop, suggestioni vagamente folk e dance.

Da questo momento in poi il percorso è in discesa, perché l’intenzione di Matt Simons si è palesata in tutta la sua ingegnosità. E quindi non parleremo dei fiati della piano rock ballad What I’m Looking For, dove l’insegnamento di DeGraw è messo in pratica con profitto, o della leggera elettronica di Higher Ground, all’ombra di un album seminale come White Ladder. Perché in fondo, nonostante un disco tanto ruffiano quanto efficace nella scrittura, il Nostro resta un ottimo performer con un’attenzione, forse troppo pronunciata, verso un sound che oggi va bene ma domani chissà.

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