Recensioni

7.3

Il nuovo di Massimiliano Larocca è un album molto coeso, non tanto da un punto di vista stilistico – è anzi piuttosto vario – quanto perché attraversato da un’angolazione tematica che sovrintende tutto, che in qualche modo polarizza l’emissione delle frequenze espressive. Delle dieci tracce, ne prenderei tre come “punti di consistenza” poetica, poste – a mio parere non a caso – ad inizio, al centro (più o meno) e a fine scaletta: il soul laconico di Non saremo più gli stessi, il languore panoramico de L’abbandono e il malanimo placido a passo latino di Cul-de-sac. La prima stabilisce che questo disco tratta del “dopo”, laddove il predecessore Exit / Enfer, rivelandosi profetico oltre le proprie intenzioni (come spesso capita alle intuizioni artistiche), sviluppava le visioni in un “prima” che presupponeva cesura, precipizio o, addirittura, catastrofe. Una volta approdati sulla terra incognita del post-apocalisse, ci si accorge che la vita riprende come un proseguimento, ma è un simulacro, non c’è reale continuum, qualcosa si è intimamente corrotto, è imploso come un sacchetto di carta svuotato da un sortilegio o da un abile/rapace gioco di prestigio. 

La seconda canzone è invece una folk ballad che medita in equilibrio sulla linea di confine tra estasi e inerzia, giocando proprio sull’ambiguità del termine “abbandono”: da una parte il senso di resa, di passività, dall’altra il consegnarsi al rapimento, l’accettazione di possibilità che oltrepassano la norma, l’umano. L’ultimo pezzo segna infine un’accettazione fatalistica e quasi sardonica dell’epoca-risacca in cui ci siamo risvegliati dopo le intemperie: un cul-de-sac appunto dal passo pastoso, al tempo stesso tropicale e metropolitano, da sopravvissuto che ha smarrito l’elettricità del cuore, a cui la preveggenza di un futuro sbriciolato ha svuotato la luce dallo sguardo. Un relitto che cerca di salvare le forme e l’andatura, attore non protagonista di una vita che dovrebbe essere la propria. 

È qui che entra in gioco il Dàimōn: figura mitologica/simbolica che rimanda al bisogno di recuperare un destino, nel caso specifico alla necessità di riaccendere il motore che tracci il proprio percorso, alimentandolo di contrasti, di scelte, di lotta. Una lotta al tempo stesso spirituale e intellettuale, con il corpo chiamato ad affrontare situazioni emotivamente sospese seppure insidiose, più in potenza che in atto: il soggetto narrante finisce così per somigliare a uno spettro che attraversa un patchwork di fotogrammi e sequenze successive. 

In ragione di ciò appare giusta, direi persino consequenziale, la scelta di confermare Hugo Race alla produzione (a quanto pare sarà coinvolto anche nel prossimo lavoro di Larocca, che dovrebbe andare a completare una sorta di trilogia), così come di affidarsi alla versatilità di musicisti come Roberto Villa (basso), Diego Sapignoli (batteria), Franco Naddei (synth) e Don Antonio Gramentieri (chitarre). Risulta poi decisivo il contributo vocale di Federica Ottombrino (già nei Fede’n’Marlen) per ribadire il senso di messinscena passionale, di collasso tra cinematico e letterario, tra teatro e concerto (che coglie nel tipico recitato/cantato di Larocca un perfetto diapason), tra miraggi da sala d’incisione e meditazioni distopiche da flaneur.

Capita quindi, nello spazio vuoto babelizzato post-catastrofe, che gli idiomi si alternino (l’inglese di The Love Of The Senses, sospesa tra archi struggenti e torvi romanticismi Race/Gelb) e si incrocino (inglese e italiano nella waitsiana Fatale o nel folk-blues John Martyn di Nessun perduto amore, francese e italiano nella cupezza scoscesa di La Banlieue), ma è soprattutto questione di contrasti tra angolazioni e visioni, di percepire la realtà come un negoziato febbrile e inevitabile tra timori e rapimento, tra ostilità e disponibilità. Ed ecco quindi che se Leviatano procede ghignando una specie di fatalismo arcigno blues, annunciando più una possessione già avvenuta che un’invasione prossima ventura, Giorni di Alcione suggerisce la possibilità di uno sguardo più speranzoso e perfino combattivo, mediato da una dolcezza folk neanche troppo vagamente Nick Drake (splendido l’arrangiamento d’archi).

Nel sottofinale, L’ora invisibile pennella una ballata al tempo stesso densa e rarefatta che individua nella cura della percezione, nella consapevolezza profonda del momento e dello spazio, una possibile chiave per aprire varchi (“percorro distanze/nascoste tra noi”), accettando però la voracità del tempo, l’irreversibilità di ciò che si (sceglie di) perdere.

Larocca mette a segno quindi un altro album assai ispirato, col quale ribadisce la capacità di immergere le intenzioni cantautorali (ispessite dalla ben nota vocazione letteraria, che ad esempio lo ha portato in passato a misurarsi con l’opera di Dino Campana) in una sempre più densa e strutturata consapevolezza/padronanza musicale, riuscendo a sintetizzare un linguaggio che guarda alla tradizione senza mai smettere di sembrare contemporaneo.

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