Recensioni

TOP

Oltre una fitta coltre di nuvole si apre davanti ai nostri occhi una distesa verde sezionata da piccole pareti in sasso. Forse sono le tracce di un modo antico di coltivare a terrazza e formano un complicato labirinto di vie, alcune pavimentate altre no. Ci troviamo sull’immaginaria isola di Inisherin situata a largo dell’Irlanda (nella realtà è Inishmore, dell’arcipelago delle isole Aran). Qui le poche persone che vi ci abitano si annoiano, divise tra il lavoro giornaliero (di base agricolo) e l’unico svago serale offerto (qualche birra al pub): uno stile di vita monotono che permette la crescita rigogliosa delle superstizioni. A intimorire maggiormente è il mito delle banshee, spiritelli dalle fattezze femminili che appaiano a chi è prossimo alla morte; mito che acquista forza a causa della guerra civile che si sta consumando al di là del mare.

Still da “Gli spiriti dell’isola” di Martin McDonagh (2022)

Di Martin McDonagh si tende soprattutto a sottolineare le doti di sceneggiatore, essendo uno dei drammaturghi più acclamati del teatro contemporaneo inglese. Ma ciò, spesso e volentieri, oscura i meriti che ha in quanto regista cinematografico. Dato l’impianto teatrale della sua storia, con Gli spiriti dell’isola (in originale, The banshees of Inisherin) viene piuttosto semplice – per contrasto – focalizzarsi sulla sola regia. Nei piani originali doveva essere infatti una piéce, il capitolo conclusivo della “trilogia delle Isole Aran” insieme a Lo storpio di Inishmaan del 1996 e Il tenente di Inishmore del 2001.

Probabilmente su un palcoscenico avremmo visto il testo ambientato in un unico luogo, magari il pub in cui tutti i protagonisti si ritrovano a fine giornata, lasciando parte degli eventi fuori scena. Ma il cinema richiede un altro tipo di creatività, un altro tipo di sguardo. Perciò è nella definizione ed espansione dello spazio, nell’intromissione del paesaggio irlandese all’interno dell’inquadratura, che si manifesta la forza registica di McDonagh.

Nell’esordio In Bruges (2008) era la città belga, con la sua peculiare architettura medioevale e la pittura fiamminga, a influenzare le coscienze dei due assassini scorsesiani di Colin Farrell e Brendan Gleeson. Nel tarantiniano 7 Psicopatici (2012) Los Angeles è la culla dei serial killer più letali degli Stati Uniti, un girone infernale – come da tradizione noir e neonoir – in cui si muovono le pedine di una commedia dell’assurdo (capitanati da un divertente Sam Rockwell). Nel capolavoro Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (2017) la disperata vendetta di una madre prendeva forma in un fittizio paesino statunitense isolato dal mondo, il cui centro è la tipica main street dei villaggi del western ottocentesco (per intendersi, quella dove si svolgono i duelli); non a caso Francis McDormand, l’attrice protagonista da Oscar, è stata paragonata a John Wayne nei film di John Ford o ai pistoleri solitari portati sullo schermo da Sergio Leone.

Colin Farrell, Brendan Gleeson. Still da “Gli spiriti dell’isola” di Martin McDonagh (2022)

Con Gli spiriti dell’isola Martin McDonagh torna “a casa” (ha origini irlandesi) ma in un tempo altro, come la maggior parte delle sue opere teatrali. Siamo più o meno all’inizio degli anni Venti del Novecento, quando esplose la guerra civile tra il governo provvisorio d’Irlanda e l’Irish Republican Army (IRA); una scontro violento che portò al Trattato anglo-irlandese (sostenuto dal governo e osteggiato dall’IRA che non ne accettava i termini) e alla nascita dello Stato Libero d’Irlanda. Per quanto solo sfondo, un rombo in lontananza o un chiacchiericcio di strada, gli effetti della guerra si riversano anche sulla tranquilla vita dell’isola di Inisherin. 

Pàdraic (Colin Farrell) è un umile mandriano che vive con la sorella Sióbhan (Kerry Condon), l’asina Jenny e qualche altro animale da soma. Un giorno il suo migliore amico Colm (Brendan Gleeson), un solitario violinista dedito all’Arte e al suo cane, interrompe la loro amicizia, dando come unica giustificazione la noia che ha cominciato a provare durante le solite quattro chiacchiere al pub. La notizia diventa un affare pubblico anche perchè, a parte la guerra e il lavoro, non c’è altro di cui parlare. Pàdraic non riesce ad accettare il nuovo stato delle cose, tra l’altro presagito dall’inquietante e anziana vicina. Inizialmente cerca rifugio in un’amicizia improvvisata con Dominic (Barry Keoghan), figlio “stupido” dell’unico poliziotto dell’isola, ma poi comincia a inventarsi dei modi per risanare il rapporto. Il problema è che Colm, per dissuaderlo, arriva a promettere di tagliarsi un dito ogni volta che verrà importunato.

Kerry Condon. Still da “Gli spiriti dell’isola” di Martin McDonagh (2022)

È l’isola di Inisherin, con la sua bellezza arcaica e la guerra in lontananza, a plasmare le azioni dei personaggi tragicomici di Martin McDonagh, maschere beckettiane dell’attesa destinate a farsi metafora della condizione umana. Molte delle interazioni del film avvengono lungo le stradine delineate dalle pareti in sasso, come se rappresentassero i binari dentro i quali i personaggi si ritrovano a vivere e morire, i ruoli sociali in cui sono incastrati fin dalla nascita. In un certo senso potrebbero essere considerate la versione irlandese delle sopracitate main street americane infatti, quando Colm e Pàdraic si incrociano/scontrano per strada, nella composizione delle inquadrature si può notare una tensione prospettica vagamente leoniana.

Il film inizia proprio quando Colm realizza di essere stufo di tale schema, quando smette di aspettare Godot – la morte – senza fare niente, senza provare a intraprendere un percorso alternativo più soddisfacente. Il protagonista di Brendan Gleeson (magistrale) è la figura tragica per eccellenza, un uomo solo e malinconico che “impara l’egoismo” e cerca in ogni modo di dare un senso altro alla sua vita, di fuggire attraverso la musica da quell’inquietante rumore bianco che accompagna tutti (per citare Don Delillo e il recente film di Noah Baumbach). Però, come in un gioco sadico e perverso, la volontà del singolo porta al crollo dell’intera collettività, lasciando spazio a tutte le brutture e ipocrisie di cui è capace l’essere umano.

Colin Farrell, Brendan Gleeson. Still da “Gli spiriti dell’isola” di Martin McDonagh.

In questa visione pessimista del mondo non hanno effetti né la diplomazia di Sióbhan né l’umiltà di Pàdraic, portavoce di un concetto semplice ma necessario come la gentilezza (suo il monologo più commovente, su schermo grazie ad un indimenticabile Colin Farrell). Se da una parte l’isola ricorda ai suoi abitanti che la Fine è inevitabile, generando dall’acqua e dalla terra un’emissaria della Morte in grado di apparire/scomparire all’improvviso (l’anziana del villaggio è una reincarnazione delle streghe del Macbeth di Shakespeare), dall’altra fa scordare loro che l’empatia è un possibile antidoto alla paura del Nulla.

E il regista londinese, con uno studio attento della messa in scena, è molto bravo a farci percepire il potere spirituale di un paesaggio (quasi) incontaminato che divide le persone, ne accentua l’indotto individualismo e le isola – per l’appunto – nelle proprie solitudini e preoccupazioni; significative tutte quelle meravigliose sequenze in cui lo spazio tiene separati i personaggi, li spinge lontani nel contatto, nello sguardo e nel cuore.

Gli spiriti dell’isola è una grande opera cinematografica sulla nascita dei conflitti e sugli istinti più brutali dell’essere umano, una commedia nerissima sull’importanza del dialogo e del senso comunitario laddove la violenza appare l’unica via percorribile. Con un cast da Oscar e una sceneggiatura di ferro, Martin McDonagh riesce ancora una volta a divertire e turbare allo stesso tempo e si conferma un regista straordinario capace di intrecciare la crudezza tipica delle sue storie (e dei suoi dialoghi) con immagini suggestive, curate nei minimi dettagli e dal forte impatto emotivo.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette