Recensioni

Irrinunciabili, onnipresenti, spesso vagamente inquietanti, i ritratti di famiglia sono un punto fermo nell’arredamento delle dimore statunitensi, compresa quella dei Warner di Canton, Ohio. Nella fotografia, riprodotta nell’autobiografia di Marilyn Manson, La mia lunga strada dall’inferno, Barbara (la madre), Hugh (il padre) e il piccolo Brian guardano alla loro sinistra e sorridono, come d’abitudine in questo tipo di scatti. In una decina di anni il piccolo Brian, trasferitosi con i suoi a Fort Lauderdale, Florida, si esprimerà con illustrazioni, racconti e poesie, intervisterà musicisti locali e nazionali e fonderà una band chiamata Marilyn Manson and the Spooky Kids.
Prima di raccontare la genesi e le canzoni di Portrait of an American Family, però, è importante sottolineare che mamma e babbo Warner non sono un buon esempio delle contraddizioni e delle perversioni dell’American Way of Life. È vero, curiosando nello scantinato del nonno, il giovane Brian aveva scoperto la passione del vecchio per abiti femminili, vibratori, zoofilia, BDSM e pornografia estrema in genere, ma i signori Warner danno estrema libertà al loro ragazzo, lo portano a vedere i suoi idoli Kiss e lo iscrivono alle scuole religiose solo perché quelle pubbliche più vicine sono davvero di basso livello. Ed è proprio tra quei banchi, dove risuonano inni, prediche e avvertimenti apocalittici, che Brian Warner si innamora di Led Zeppelin, Iron Maiden, Black Sabbath e degli altri pericolosi musicisti oggetto di infuocate lezioni orientate a decifrare messaggi satanici “presenti” in canzoni e copertine. Una prova dell’efficacia della psicologia inversa che tornerà utile sui palchi dei club della Florida quando, circondato da donne seminude, gabbie e simulazioni di rapporti sessuali, Brian (da qualche anno Marilyn Manson) chiederà invano al pubblico di non rompere una piñata sospesa sulle loro teste: il consiglio verrà puntualmente disatteso, e una scarica di frattaglie e sangue animale si rovescerà su fan sempre più esaltati da queste performance esagerate e improntate a una teatralità estrema.
Nel 1992 “and the Spooky Kids” scompare dalla ragione sociale e la band comincia ad attrarre l’attenzione di diverse etichette e A&R. Nell’estate dell’anno successivo, Brian riceve una telefonata da un musicista che aveva intervistato qualche tempo prima per il magazine 25th Parallel, nonché uno dei suoi miti assoluti, Trent Reznor, a cui aveva passato qualche demo: «Sto girando un video per Gave Up», gli dice. «Vieni a far finta di suonare la chitarra?». Il leader dei Nine Inch Nails è sulla cresta dell’onda dopo l’uscita di Pretty Hate Machine e soprattutto dei due EP Broken e Fixed, e vuole inaugurare la sua nuova etichetta Nothing Records proprio con questi bizzarri ragazzi. Non solo, li ingaggia per aprire le date del Self Destruct Tour, a partire da marzo del 1994: sarebbe il primo vero tour nazionale di una band che finora non ha pubblicato nulla di ufficiale e che gode solo di un relativo successo nella scena underground della Florida meridionale. L’occasione è irripetibile, quindi Marilyn Manson, cantante e autore di tutti i testi, Daisy Berkowitz (chitarra), Gidget Gein (basso), Madonna Wayne Gacy (tastiere) e Sara Lee Lucas (batteria), si fiondano nei Criteria Studios di Miami con il produttore Roli Mosimann, già mente insieme a Michael Gira dei primi dischi degli Swans. Il risultato è pronto in un mese, alla fine del luglio 1993, e si intitola The Manson Family Album: purtroppo, però, Mossimann decide di cogliere e porre in evidenza solo il lato pop delle tredici canzoni, che a detta dei musicisti perdono completamente l’aggressività che hanno dal vivo. Tutto, o quasi, da rifare: prima prova a metterci mano il solo Warner, senza risultati apprezzabili, ma nell’ottobre del 1993 arriva in soccorso Reznor, che sta già lavorando al capolavoro The Downward Spiral. In meno di due mesi, con la collaborazione di Sean Beavan e Alan Moulder, chiude il disco (intitolato ora Portrait of an American Family) tra i Record Plant Studios di Los Angeles e “Le Pig”, lo studio di Beverly Hills allestito nella casa teatro dell’orrendo massacro della Famiglia di Charles Manson in cui tra gli altri aveva perso la vita Sharon Tate.
Alcune canzoni sono registrate da capo, altre sono ritoccate, ma ci sono cambiamenti nella sezione ritmica, poiché le batterie ora sono per lo più elettroniche, programmate del tastierista dei Nine Inch Nails, Charlie Clouser, e il problema di eroina di Gidget Gein è grave al punto che il bassista viene cacciato e rimpiazzato da Jeordie White, aka Twiggy Ramirez. I problemi non sono finiti: Interscope si rifiuta di distribuire il disco, visto che – oltre al riferimento diretto nel nome della band – il testo di My Monkey è anche di Charles Manson, e l’anno prima era successo un putiferio quando i Guns N’ Roses avevano scelto come traccia fantasma di The Spaghetti Incident? proprio un brano di Manson. Inoltre inserire nel libretto una foto del piccolo Brian seminudo sul divano di casa, ripreso dalla madre in accordo con il figlio per parodizzare un’immagine allora famosissima di Burt Reynolds, potrebbe sollevare accuse di pedopornografia. Per non parlare di quelle polaroid, scattate da Manson e compagni, che ritraggono con estremo realismo mutilazioni e ferite da taglio (ovviamente finte) su un corpo di donna. Warner acconsente al cambio delle immagini e rinuncia a porre in copertina un dipinto dell’assassino seriale John Wayne Gacy, ma non vuole eliminare My Monkey dalla scaletta. Si fa quindi avanti Maverick, l’etichetta di Madonna, i cui funzionari sono poco interessati a Charles Manson, ma sono preoccupatissimi per l’eventuale presenza di riferimenti antisemiti nei testi. A quel punto Interscope decide di rischiare e finalmente, anticipato dal singolo Get Your Gunn, il 19 luglio del 1994 pubblica il debutto dei Marilyn Manson. In copertina c’è il grottesco ritratto di una mostruosa famiglia americana, i cui membri sono realizzati dalle abili mani di Brian utilizzando stoffa e plastilina. A fianco, nella costola trasparente del jewelcase, c’è scritto «I am you», mentre sul CD si legge «You cannot sedate all the things you hate». Due frasi che isolano i concetti principali dell’album, rispecchiati anche dall’ambivalenza dei moniker scelti dai membri della della band (notoriamente formati dall’unione del nome di un’icona pop con il cognome di un serial killer). “Non potrai mai eliminarmi del tutto perché io, Marilyn Manson, il mostro perverso, il corruttore dei costumi e della gioventù, sono (in) te, e in tutto quello che ami e ritieni sicuro”, compreso un film culto per i bambini di tutto il mondo come Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato.
Il preludio riprende proprio la filastrocca scritta da Roald Dahl nel suo omonimo romanzo, presente anche nella pellicola diretta da Mel Stuart: un’ossessione precoce per il giovane Brian Warner, che si era messo nei guai a scuola anche spacciando dolciumi e caramelle, sostanze proibite negli istituti da lui frequentati. Il frontman recita le parole del testo in maniera sempre più sinistra, mentre i rumori di legno e acqua ci fanno capire che siamo sulla barca di Willy Wonka, ma il nostro “Family Trip” (questo il sottotitolo della prima traccia) avrà poco a che fare con canditi e cioccolata. Effetti e urla crescono fino al parossismo, interrotti da un ordine sussurrato a mezza voce, «Stop the boat», che dà il via a una delle prove migliori del repertorio del non ancora Reverendo, Cake and Sodomy. Nella già citata autobiografia, Manson racconta che l’ispirazione per la canzone era arrivata facendo zapping sulla pay TV in un albergo: su due canali adiacenti un telepredicatore e un attore porno chiedevano entrambi soldi agli spettatori. Le prime parole appuntate in quell’hotel, «Soldi in mano e cazzo sullo schermo / chi ha detto che Dio sia pulito?», faranno parte della seconda strofa, mentre i versi iniziali della canzone, ritmati da tom tribali, ripetono due volte «I am the God of fuck».
Questo passaggio, dal parlare di Dio all’autoproclamarsi “un” Dio, è incredibilmente rivelatore, come vedremo, ma Cake and Sodomy è un manifesto di tutto Portrait of an American Family, e non solo dal punto di vista tematico. Le chitarre taglienti in primo piano rinforzate da tastiere spettrali o synth squadrati, le voci filtrate, urlate, sussurrate e cantate, la sezione ritmica rocciosa e massiccia, ma anche l’alternanza (talvolta fin troppo meccanica) di pieni e vuoti, gli scarti dinamici, i suonini orrorifici e i giochi di parole («Bible-belt ‘round anglo-waste» è da applauso) sono elementi disseminati lungo tutto il disco, per non parlare dei numerosissimi campionamenti da film. Qui, in particolare, la voce del Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi («Go on (…) smile, you cunt») si alterna a un sample di Nuovo punk story, la pellicola del 1977 di John Waters, un altro regista culto del Nostro. In particolare viene citato il discorso in cui la principessa Coo-Coo si ribella alla crudele madre e alla sua corte appellandoli “white trash”: le parole riecheggiano nel ritornello «White trash, get down on your knees / Time for cake and sodomy».
Manson, la sua band, i suoi fan, sono qua per rovesciare il regime apparentemente perbenista, si schierano con i brutti, i freak e con i ragazzini bullizzati, come il protagonista di Lunchbox, altro pilastro del disco, e secondo singolo estratto. L’inizio è affidato alla voce arrabbiata e insieme fragile del seienne Richard Pierce, che minaccia di picchiare un non precisato “motherfucker” con il suo cestino da pranzo in metallo, un oggetto bandito dalle scuole della Florida dal 1972 per il suo possibile uso come arma impropria. L’esplicito riferimento autobiografico alle angherie subite dal piccolo Brian è l’ossatura del testo e del soggetto del bel video diretto da Richard Klein, che vede lo stesso Pierce come protagonista. La canzone ha un groove marcato, espresso da strofe sincopate che si aprono in un ritornello melodico, per quanto sporcato da rumori e distorsioni, in cui la voce al vetriolo di Manson urla «I wanna grow up / I wanna be a big rock and roll star / I wanna grow up / I wanna be, so no one fucks with me, yeah». Versi che risentono della stessa sfrontatezza sopra le righe dell’«I am the God of Fuck» già citato, e che si intersecano con altri sample da Ultimo tango a Parigi, da Cuore selvaggio di David Lynch (un altro importante riferimento per Manson) e perfino dall’inno psichedelico Fire di Arthur Brown.
Sebbene il titolo giochi sul doppio senso di “suonatore di organetto” e “macinatore di organi”, i primi secondi della successiva Organ Grinder sono effettivamente occupati dal suono lontano di un organetto da fiera, e sono sovrapposti a estratti dalla fantasiosa commedia-musical del 1968 Citty Citty Bang Bang, sceneggiata da Roald Dahl, dove c’è un personaggio chiamato l’Accalappiabambini. Il presagio si fa inquietudine (e il possibile significato del titolo si espande) quando le chitarre entrano con violenza insieme a disturbanti note di organo, e quando Manson si rivela con le parole: «I am the face of piss and shit and sugar / I do a crooked little dance with my funny little monkey / What I want, what I want is just your children / I hate what I have become to escape what I hated being». L’andamento del ritornello, massiccio e distorto, ricorda un po’ il canto degli Oompa Loompa (già citato dai Metallica in The Frayed End of Sanity in … and Justice for All), e suona quasi come un cartone animato: il mondo dei cartoon è un altro importante riferimento dell’album, un simbolo della felicità, della spensieratezza e della sicurezza dell’infanzia, esplorata però anche nei suoi lati oscuri. Il protagonista del brano vuole rapire i bambini, ma non è distante dal cattivo di una fiaba dei fratelli Grimm aggiornata al linguaggio e al mondo del XX secolo: «I am your son, your dad, your fag, I am your fad», dice, ma quello che vuole esprimere è la naturale messa in crisi delle apparenze, lo svelamento della fragilità delle certezze familiari, nonché delle crudeltà (agite e subite) che caratterizzano anche i più piccoli.
Cyclops campiona un pezzo di Poltergeist II e, pur avendo qualche momento interessante, non spicca per originalità, mentre il disco torna a essere potente con un altro brano-simbolo del Reverendo, Dope Hat, il cui video ricalca proprio quel “dantesco” e lisergico viaggio in barca menzionato nel preludio. Il testo parla di un personaggio da circo, un po’ Cappellaio Matto, un po’ “Organ Grinder”, che si esibisce davanti a un pubblico di bimbi, incapaci però di vedere la sua angoscia, interpretata come magia. I campionamenti si limitano a una serie tv per piccoli, Lidsville, ed è un bene: uscito come singolo nel 1995, Dope Hat si concentra su se stessa, sui suoi timbri, manipolazioni sonore e idee, ordinando tutto in strutture schiettamente pop attraversate dagli efficaci riff di Daisy Berkowitz, squassate da ossessivi pattern di casse e tom e arricchite da un theremin che – nelle idee di Manson – doveva essere suonato dall’occultista Anton LaVey.
Il primo singolo, Get your Gunn, rimanda all’omicidio del ginecologo David Gunn compiuto da un attivista pro-life, e si scaglia contro la falsità della religione e della morale da talk-show. L’onnipotenza della televisione-spazzatura e del mezzo televisivo in genere è sottolineata non solo dai versi («Pseudo-morals work real well / On the talk shows for the weak»), ma anche dall’inserimento delle ultime parole pronunciate dal politico Budd Dwyer, suicidatosi con una pistolettata in bocca davanti a giornalisti e telecamere. Manson, ancora una volta, non va per il sottile: «I hate, therefore I am / Goddamn your righteous hand», proclama, mentre l’alleanza dark di chitarre, basso, tastiere e batterie delinea una nuova variazione dei pattern serrati nella strofa e più aperti nel ritornello che caratterizzano l’album, lasciando spazio anche per il sassofono di Hope Nicholls degli Sugarsmack e la ripetizione da “Oh lord” presa direttamente da Don’t Let Me Be Misunderstood degli Animals, nella consueta schizofrenica smania citazionista che frulla incessantemente mondo alternativo, riferimenti camp e punti fermi del pop.
Decisamente gotica e oscura è Wrapped in Plastic, che scava nell’ipocrisia e nella sporcizia della provincia americana pensando alle atmosfere di Twin Peaks e omaggiando nuovamente Lynch. Non troppo variegata, la canzone ha tuttavia il pregio di presentare un paio di momenti in cui il suono si alleggerisce come non mai, prima di riprecipitare in un inferno dove assoli autistici di chitarra si intrecciano a riff tinti di blues. L’intro di Dogma è invece affidata a un dialogo tratto da un’altra pellicola di John Waters, Pink Flamingos, e più in là cita nuovamente il capolavoro di Bertolucci: il brano è un rock’n’roll teso, malato e urticante, una denuncia dei metodi da caccia alle streghe che Manson stava già in (minima) parte subendo: «Good is the thing that you favor, evil is your sour flavor / I don’t need your hate, I decide my fate / You cannot sedate all the things you hate» è una terzina che dice tutto di un brano non impeccabile, ma dalla furia magnetica, che si conclude con una sorta di infuocata rapsodia sabbatica. Sweet Tooth è una delle poche tracce non firmata da Daisy Berkowitz, ma da Gacy e Gein: si sviluppa su un midtempo sostenuto dalla sezione ritmica, in cui la voce di Manson è spezzata, filtrata e agganciata dai riff di chitarra. Raffinatezze produttive che gratificano l’ascoltatore e gli fanno parzialmente dimenticare alcuni frangenti un po’ opachi. Il disco prosegue con un’altra riuscita rivisitazione del rock’n’roll, Snake Eyes and Sissies: «Killing is killing whether done for duty, profit, or fun», ci ricorda il pluriomicida Richard Ramirez, prima che la band entri creando un botta e risposta tra chitarre e organo. Qui Manson si produce in un ritornello irresistibile e sussurra un bridge inquietante e significativo: «I was prophesied by Shangri-Las / I am the leader of the pack / I am the pedophile’s dream / A messianic Peter Pan / Just a boy, just a boy / Just a little fucking boy / I can never be a man, yeah».
Si ritorna alle filastrocche con la già menzionata My Monkey: la traccia si apre citando la canzone per bambini Pop Goes the Weasel, è punteggiata da frammenti di interviste a Charles Manson e sorprende per un inaspettato arrangiamento a metà tra la musica da circo e la big band. Originariamente una poesia, il testo incorpora anche parte di Mechanical Man e di altre canzoni del criminale statunitense, e un altro contributo del piccolo Robert Pierce contribuisce ad aumentare il livello di divertimento, provocazione e inquietudine. Completamente diversa dalle altre tracce, My Monkey ribadisce ancora una volta la filosofia individualista e corrosiva di Manson in un bridge parlato e scorticato dai feedback di chitarra: «We are our own wicked gods / With little “g’s” and big dicks / Sadistic and constantly inflicting a slow demise». L’ultima traccia, Misery Machine, da un lato fa l’occhiolino a Scooby Doo, i cui protagonisti si spostavano su un van chiamato Mistery Machine, dall’altro prende in giro gli sforzi del Bene contro il Male: «(…) ci sono più di tremila gruppi operativi nel Paese e il numero è in continua crescita. Come cristiani, dobbiamo indossare l’armatura di Cristo e andare a combattere Satana», dice una voce all’inizio. Per tutta risposta nel ritornello Manson si trasforma in una sorta di macchina infernale («My arms are wheels, my legs are wheels / My blood is pavement») diretta verso i luoghi rituali del mistico e occultista Aleister Crowley, mettendo in pausa gli arrangiamenti alla Ministry solo per infilare una clip rallentata da una vecchia hit dei Playmates, Beep Beep. Dopo qualche secondo di silenzio, un altro sample da Nuovo Punk Story, in cui la protagonista Peggy scaglia la sua nevrosi contro un bambino reo di averle spaccato un vetro della camera da letto con una palla da baseball: «Torna a casa da tua madre! Non ci bada mai a te? Dille che questo non è un asilo nido per comunisti! Dì a tua madre che la odio! Dille che ti odio!». Lo squillo di telefono che segue nel film è quindi ripetuto in maniera identica per più di sette minuti, fino a che scatta una segreteria. Le ultime parole di Portrait of an American Family sono di una madre, che chiama la band per minacciare il ricorso a un avvocato se non la smetteranno di inviare a suo figlio “materiale pornografico”.
Nonostante il tour vada bene, disco e singoli, con sommo disappunto di tutti, non sono assolutamente un successo, ma rimangono importanti perché forniscono a Manson l’imprescindibile base tematica, musicale e iconografica per costruire tutto quello che verrà. Non ci riferiamo tanto all’ep Sweet Dreams, che – title track a parte – non si discosta molto da questo lavoro, quanto invece al successivo Antichrist Superstar, dove Manson compie la piena trasformazione da reietto ad antieroe, nel nome della libertà e dell’individualismo. Da quel momento sarà sempre ritratto sulle copertine dei suoi dischi, e per anni sarà un riferimento per torme di ragazze e ragazzi in tutto il mondo: inoltre, dimostrando un’intelligenza e una consapevolezza non comuni, si porrà anche come bersaglio per smontare “dall’interno” media, politici e religiosi, sempre pronti ad assolversi e a specchiarsi nei loro immacolati, sorridenti ritratti di famiglia prima di allestire l’ennesima crocifissione.
Amazon
