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Adieu Au Dancefloor si intitolava il turning point per paradosso dance del 2016, seguito dal capolavoro Working Class Woman del 2018, tra industrial e italo-disco, con tanto di tormentone per le masse, Work It, remixato anche dai Soulwax. Proprio questi ultimi scendono in ogni senso in pista per il sesto album di Marie Davidson, City Of Clowns, pubblicandolo per la loro etichetta DEEWEE e adoperandosi nei panni di co-produttori, assieme al di lei marito Pierre Guerineau, noto anche con l’alias Feu St-Antoniee e già al fianco di Davidson nell’indimenticabile dark duo Essaie Pas.
Inevitabile, con i nomi di tali collaboratori a innalzare il tasso dei bpm, un “ritorno al dancefloor”. Cosa che City Of Clowns – composto dal 2023 in poi, tra un viaggio e l’altro – è appieno, archiviata almeno momentaneamente la comunque bella parentesi del precedente Renegade Breakdown, uscito nel 2020 pandemico e realizzato con la band L’Œil Nu formata sempre da Guerineau e da Asaël R. Robitaille, che si concentrava su un songwriting decadente, pur sempre dissacrante, lambendo con eleganza il mondo delle colonne sonore, French touch e veri e propri cantati.
Musicalmente, dunque, si riprende in mano un linguaggio prettamente techno, fomentato dall’attività di DJ recuperata nel frattempo con assiduità, senza farsi mancare concessioni a ritornelli pop. «I stick / With the weirdos», afferma in conclusione Davidson, trasformata per l’occasione in una specie di cheerleader electro che manda tutti affanculo, nel singolo di lancio Y.A.A.M., remixato ancora una volta dai Soulwax, in risposta alla finta positività e alle dinamiche di potere interne all’industria musicale. “Techno-pop for weirdos” sarebbe lo slogan appropriato. Per i freak, i non allineati, coloro che non trovano un posto preciso al quale appartenere e celano una parte di sé repressa, da fare riemergere in superficie.
Le parole restano al centro della faccenda, a strappare sorrisi su temi cupissimi derivanti dall’instabilità politica, valorizzate da spoken word – anzi, spoken text, come preferisce definirli la stessa musicista franco-canadese – che sanno essere sia intellettuali, quasi snob, sia altamente (auto)ironici, quindi tanto sagacemente spietati quanto irresistibili, andando a generare un microcosmo “smart” non troppo distante nell’approccio meta-narrativo da quello di Caroline Polachek.
Indecifrabile di natura, Davidson ama i suoni da club e ama però non farsi incasellare, specie nella rigida, farsesca e claustrofobica società di oggi. Un episodio martellante come Contrarian, dalle derive jungle, è non a caso un inno controcorrente alla necessità di vivere liberamente le contraddizioni. La copertina dai colori lividi di City Of Clowns, scattata ad Atlantic City, USA, si collega bene a quella del succitato Working Class Woman, candidandosi a esserne il successivo scatto metropolitano-distopico. Validation Weight ci introduce da subito nelle gabbie del fantomatico progresso tecnologico-collettivo, dal saggio Il capitalismo della sorveglianza della professoressa Shoshanna Zuboff. Il viaggio parte davvero con Demolition, una porta d’accesso selvaggia e sensuale sull’inferno dei dati digitali, una «Hell cell» per gli incel: «By the way / I don’t want your cash / What I want is you / I want your data / Data Baby». Il «security chek» va avanti, poco dopo, con Push Me Fuckhead, un’esortazione marziale a essere spinti alla follia – per il business, per il successo – e con l’emblematico, alienante strumentale Statistical Modelling.
Tutti i quesiti sull’essere e apparire come individuo e personaggio pubblico, oltretutto in un corpo di donna, si rimaterializzano con lucido humour in Sexy Clown, ennesima dichiarazione d’indipendenza nei giri dello showbusiness, dai trick digitali catchy e un ritornello altrettanto cathcy. Per capirsi: «It’s tricky to concede / That in reality / There are so many things / I wish I could be / Being a pleaser / I’d love to be your bitch / And offer you my heart / Right on the selfie stick / Then a part of me thinks / Oh God, did I just say this? / Really, could it be / I’d love to be a bitch? / I’m ever so sorry / I don’t think I fit / Any categories / Of the given list». Un’anti-formula che si ripete nell’altra bomba da ballo che è Fun Times, dalle taglienti sciabolate sintetiche, dal gioco di centrifuga à la Daft Punk e dai vocal post-Confessions On A Dancefloor («Tic tac tic tac / Time is never coming back»). Perché, per rifiutare ageismo e perfezionismo, nonché ogni “mission” prestabilita, «You make babies / I’m having fun».
Le sperimentali frammentazioni ritmiche di Unknowing disorientano la fine dell’esperienza d’ascolto, mentre Davidson ci ricorda dolcemente che, in fondo, si tratta delle solite vecchie storie, che la magia e i tormenti dietro all’arte restano suo unico appannaggio. «You will never catch me», ci avvisa, per non prendersi troppo sul serio e per ribadire la sua meravigliosa inafferrabilità.
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