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Non tragga in inganno la sigla scelta da questa formazione italiana, al momento trio formato da Lorenzo Abattoir (vocal formulas, granular noise), Poseitrone (backing vocals, didgeridoo) e Daniele Delogu (chants, marine trumpet, drums), ma in modalità collettivo aperto a ogni collaborazione: qui di mare, estate, tuffi non c’è minimamente ombra, e l’unico mare a cui si fa riferimento è quello, appunto, teorizzato dal fisico inglese Paul Dirac, un «modello teorico del vuoto visto come un mare infinito di particelle di energia negativa» (wiki dixit). Facile perciò attendersi lunghe, ossianiche distese di suoni d’area grossomodo ambient-noise che definire nero-pece è un eufemismo, e una conseguente ricerca della dilatazione, spesso in modalità ritualistica, che lascia attoniti e spossati: accade, ad esempio, con il lunghissimo gorgo nero di Ceremony, tutto clangori, echi, riverberi e percussioni mantriche che si fanno marziali, associate a vuoti pneumatici a sfiorare la dark-ambient più ossianica. I pezzi più brevi – si fa per dire, visto che non si scende mai sotto i 5 minuti – non si discostano da questo assioma, ovvero una specie di elegia del dolore e della cupezza che porta al largo, in un mare magnum di isolazionismo di matrice noise-dronica che apre abissi disperati e solitudini ultra-mondane.

Con Phurpa e i nostrani Dolpo – sembrano essere queste due band i punti di riferimento più prossimi, per lo meno per chi scrive e chi ascolta – i Mare Di Dirac di Fumes rappresentano uno dei vertici di una trimurti evocativa e intrigante, per chi sappia ascoltare tutto ciò che è compreso tra l’ambient ritualistica, il drone spirituale, la musica trascendente. Facile concludere con un «naufragar m’è dolce in questo mare», ma così è.

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