Recensioni

Misteriosi e silenziosi, i Dolpo arrivano sul finire dell’anno appena passato con un album nero-pece che fa smottare l’ascoltatore da subito. In una bellissima edizione vinilica – disco limitato e numerato a mano, vinile marmorizzato, copertina serigrafata su carta pregiata e con bellissimo artwork, due incensi fatti a mano dai monaci di Katmandu (!) inclusi nella confezione – il quintetto (Mali Yea, Fred Frau, Tommaso Di Tullio, Gabriel Marzi e Luca Gabrielli) traffica egregiamente con effetti, chitarre, bassi, shruti box, flauti, theremin, percussioni tradizionali, e in questo esordio evocativamente intitolato Yak Path Sessions va di drone ritualistico e ascensionale come se ne sente ben poco ultimamente.
Nel disco si ascoltano lunghe distese di suoni calmi ed estatici, posti in crescendo in modalità soffuse e minimali – il bellissimo mantra in ralenti che apre il disco (Descent, tra ohm, mille rivoli percussivi, lunghi sustain di chitarra) e quello che lo prosegue intensificandone gli aspetti cupi e distorti (Headquarter In Varanasi). Altre volte si alzano i volumi (ma stando sempre attenti a tenerli al livello di pura vibrazione), come avviene nella seconda parte di Dissection (Chöd Section III), tutta reiterazione ed elettricità, o nella ottundente Thin Path To Nowhere, elegiaco viaggio nei meandri delle profondità più oscure e destabilizzanti di matrice, diremmo, doom-metal.
Pervade il tutto un forte senso di spirituale trascendenza che non cela però lo yan cupo, misterico e lacerante di un (dopo)rock che orientalizza e “filosofizza” tante esperienze doomy dal potenziale ascensionale (un nome su tutti, Sunn O)))). La conclusiva DeGrimston Mantra è un po’ l’emblema del procedere musicale della formazione emiliana: una lunga digressione su tonalità oscure e notturne a cui è impossibile non abbandonarsi e che certifica la bontà, oltre che il coraggio, di certo underground italiano, dispensatore di gemme senza soluzione di continuità.
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