Recensioni

Uno spettro si aggira per l’Italia. Ha la vis melodica di Adriano
Celentano, la propulsione ritmica del breakbeat e del reggae, il
fascino alcolico di Bukowski, il bianco e nero della provincia, lo
slang stradaiolo dell’hip hop e una “insana” tendenza alla depressione.
Un sostenitore dell’antagonismo “da bicchiere” – ma non solo – che
risponde al nome di Marcho’s.
A dar vita all’entità vengono chiamati Marco Mossutto, Antonio Mestre e Alberto Cozzi, che tra synth,
sequencer, chitarre, cori, riprendono a grandi linee la formula già
adottata ai tempi degli esordi – …Ed ovviamente in tempo passa, risalente
a un paio di anni fa – arricchendo le basi da cantina che là
furoreggiavano con una cornice strumentale articolata e decisamente
meno estemporanea. Dettagli sonori che vanno ad aggiungersi alla prosa
semplice ma efficace dello stesso Mossutto, impegnata a dare il meglio
di sé tra marcette e doppi sensi – Dammela, una sorta di Gianni Drudi bruciato dall’etica flower power -, colorite riflessioni agresti – Toscana – critiche sociali dall’andatura asfissiante – Supermarket – malinconici spaccati autobiografici da outsider (Quel che sono). Il tutto in un unicumdi rime baciate e storie di vita, elettronica e risate sguaiate,
apprezzabile nelle liriche quanto nella parte strettamente musicale.
Apprezzabile, appunto, come già si era detto per il primo episodio,
anche se forte è l’impressione che le potenzialità per arrivare a un
disegno più organico e meno “casalingo” ci siano tutte.
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