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6.3

Leggi “sciopero” nel titolo e ti aspetti un disco battagliero e schierato. E invece Marcello Capozzi – musicista napoletano all’esordio – gioca di sponda e nell’inquadratura include solo mezze luci autobiografiche e spossatezze disilluse. Le condisce con una voce sussurrata, testi obliqui e una musica che si protende indolenzita verso il folk (Gli orologi) e certe chitarre wave (la title track), arie vagamente post rock (Il vetro e l’intero) ed electro (1984). Un prontuario in note che sorprende in positivo per la voglia di trascendere le facili categorie e che alla fine diventa la parte migliore del progetto. Abbastanza flessibile da adattarsi alla bisogna e a garantire le necessarie coloriture – in qualche caso vicine a una psichedelia vaporosa e istintiva (Ettari di Eternit, Il testimone) – a un cantato in gran parte malinconico e sottotraccia.

Ci sono spunti interessanti e qualche buona intuizione (ad esempio le ottime progressioni di Il mattino ha l’oro in bocca) in Sciopero, elementi che, se sviluppati a dovere, potrebbero riservare gradite sorprese ed annullare quel deficit di concretezza che talvolta sembra di cogliere in alcuni testi. Questione di maturità, crediamo, ma tempo per crescere ce n’è.

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