Recensioni

La bellezza di un classico è che non tramonta mai; le sue pagine sono canovacci scritti con l’inchiostro dell’immortalità; raccolte di pensiero capaci di parlare al di là del tempo e dello spazio, nonostante le aggiunte da compiersi, i rimaneggiamenti da fare, gli aggiornamenti da eseguire.
Che sia nella sua versione orale, scritta, animata, o cinematografica, Biancaneve è un classico a tutti gli effetti. La sua purezza d’animo incarna l’essenza di una femminilità che nel tempo è certamente mutata, soprattutto nel contesto di una riformulata assertività alla volontà maschile, ma che non per questo ha perduto la volontà di confrontarsi e affrontare un senso di ingiustizia e malvagità qui incarnata dalla Regina Madre.

Nel contesto del rimaneggiamento in carne e ossa dei classici Disney, era impossibile che IL lungometraggio d’animazione per antonomasia eludesse a tale procedimento. Dopo Cenerentola, Aladdin, La Bella e la bestia e La Sirenetta, era solo questione di tempo prima che anche Biancaneve diventasse parte integrante di questo costante accanimento terapeutico a cui la Disney non intende rinunciare. Eppure alta era la speranza che – proprio come accadde per la pellicola del ’37 – anche questa trasposizione in versione umana potesse (ri)lanciare la casa di Topolino nel firmamento hollywoodiano. Ma così non è stato. La caduta è stata inesorabile; il crollo definitivo. Al di là delle polemiche esterne al prodotto cinematografico in sé, il live-action di Biancaneve è una galleria stereotipata di tutto ciò che non deve compiersi non solo nella rivisitazione di un classico, quanto in un film in generale.

Biancaneve
Una scena con Biancaneve e i sette nani

La regia di Marc Webb (500 giorni insieme, The Amazing Spiderman) non trova infatti un proprio equilibrio di esecuzione; se nelle sequenze di canto ritrova una capacità di movimento che dona dinamicità all’azione, nel resto dell’opera vige in essa una fissità stantia, atta a immortalare con lunghi (forse fin troppo) primi piani gli sguardi dei propri personaggi. È una regia, dunque, quella di Webb posta alla ricerca di un’umanità all’interno della fiaba; una volontà nobile sulla carta, ma disastrosa nella sua compiutezza, forte di un’espressività marcata e da una performance caricata a opera delle due co-protagoniste, Rachel Zegler e Gal Gadot.

Lo stesso montaggio, giocato su canonici giochi di campo-contro campo, non enfatizza mai un possibile senso del ritmo, sgonfiando ogni barlume di coinvolgimento tanto emotivo, quanto fisico. Per non parlare degli effetti visivi e di una CGI alquanto posticci e irreali.

Sembra paradossale, ma per un’opera che ambisce ad avvicinare i propri spettatori a un mondo in cui la magia vive tra lo spazio di un universo così simile al nostro, tutto sembra scendere in campo per stabilire distanze siderali tra il pubblico e i propri personaggi. Tutto danza su un’esasperata retorica e una teatralità marcata che una volta riposta tra gli spazi di un set cinematografico, evidenzia l’artificiosità dei fatti e la macchietta della recitazione. Certo, la scelta di integrare l’opera con diversi brani, rendendo il live-action un musical de facto, può alleviare il dolore, ma è un palliativo momentaneo. E così, anche la scelta di affidare alla Regina cattiva un brano musicale del tutto personale, se sulla carta poteva sembrare una mossa astuta, una cartuccia in più da sfruttare nel giradischi dei possibili classici, ecco che tutto svanisce nello spazio di una performance. L’imperscrutabilità e la paura indotta dal personaggio di Grimilde sulla scia di un solo, gelido sguardo, con Gal Gadot si scioglie come neve al sole; troppo carica di movenze, troppo esacerbata nelle espressioni, l’attrice finisce per annientare l’aura di malvagità che da sempre accompagna la matrigna cattiva rendendola sterile, apatica, a tratti banale.

Gal Gadot nei panni di Grimilde

Grimilde era l’incarnazione della paura, del timore innestato, della cattiveria d’animo contrapposta alla purezza naturale di Biancaneve. Uno scarto dicotomico che il film di Webb riduce a dismisura, limando il terrore che invece viveva nel lungometraggio d’animazione e ancor più nell’originale dei Fratelli Grimm.

E se la paura viene edulcorata, ecco che il dialogo con la contemporaneità produce un ulteriore, interessante – sebbene poco sfruttato – accorgimento. Nell’era della rivendicazione femminile, nessun principe azzurro è adesso chiamato a salvare la principessa in pericolo, sebbene un interesse amoroso continua a (r)esistere; è una metà della mela vestito di stracci e ricolmo di giustizia, Jonathan; bandito per professione, principe nell’animo, il giovane è l’elemento speculare con cui instaurare un rapporto di incomprensioni e amore, litigi e affetto, contrapposizioni che ammiccano ad Accadde una notte di Frank Capra, ma che perdono magicamente di potere e coinvolgimento nell’attimo in cui i due si avvicinano e le bocche parlano. Non basta dunque togliere l’epiteto “nani” a Dotto e Cucciolo, o la presenza di un principe azzurro dall’equazione per fare di Biancaneve un racconto per il contemporaneo. Quello che manca è proprio l’essenza di Biancaneve stessa, la magia intrinseca che l’ha resa una fiaba senza tempo. La performance della Zegler, caricata da un’espressione forzatamente innocente e da occhi sgranati che ne rivelano la finzione, la spinge spesso in un overacting che l’attrice riesce a trattenere solo nello spazio di un brano cantato. E così, quella dolce attrazione empatica per un’anima così naif si fa onda che spinge al largo, vento che allontana lo spettatore dalle sue gentili braccia, spinta fastidiosa che lo distanza, eliminando ogni possibilità di immedesimazione affettiva.

Se Biancaneve è la più bella di tutti non è perché esteticamente perfetta, ma perché buona, giusta (fair appunto, come dicono gli inglese); una bontà d’animo che va a contrapporsi a quella della matrigna cattiva e che le due attrici tradiscono come il cacciatore all’interno della foresta. Un’antitesi dal potere moralistico quanto mai impattante al mondo d’oggi, ma che nel Biancaneve di Marc Webb si fa sussurro stridulo e non più fischiettio soave.

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