Recensioni

«Volevo raccontare qualcosa utilizzando le potenzialità espressive ed evocative del linguaggio musicale evitando l’eccesso delle parole, [dando] spazio alla pluralità di voci, all’intreccio di scrittura e improvvisazione». Questo si legge nelle poche righe di comunicato stampa che accompagnano il secondo lavoro a firma Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra. Ispirato all’etnica di Don Cherry e allo spiritual di Pharoah Sanders, come dalle fughe in stile Lounge Lizards, questo Albore è per certi versi distante dall’esordio. Gloom Lies… traeva ispirazione dall’ellenismo mediterraneo; un brano su tutti, Maria Magdalena, lasciava intravedere una via di fuga vicina ad Albore. Gli studi personali di etnomusicologia, l’amore per alcune composizioni sudamericane dell’autore, potrebbero aver fatto il resto.
Ad ogni buon conto, un eclettismo che capiamo essere vita vissuta. Manuel Volpe è un talento. Giovane, impacciato, dal rossore al viso facile, ma un talento per il nostro cantautorato alla deriva. L’occhio orchestrale, la visione d’insieme musicale, lo scavo pscicologico, la passione profonda, intensa, senza riserve per la musica, fanno da matrice alla capacità di scrivere. Ed è per lasciar posto all’iperuranio delle note e dei sogni che il cantautore attacca il canto all’amo. Il suo è un modo di cantare discreto, a volte popolare, come in Wheat Field, più un’esca per chi ascolta che un vero desiderio di fare del bel canto. Tiene bassi i contorni di una cantabilità che potrebbe anche mischiarsi con gli strumenti, per come la vediamo. Il canto si fa mezzo e non fine. Brasile e origini Yoruba, Bahia e San Paolo (Albore, Atlante), Medioriente (Basrah, Betel). L’occhio geografico si fa caleidoscopio. La pista mediterranea non è solo di Gloom Lies…, Nostril, Maatkara, Reveal portano in dote quella didattica asciutta e modulare che se mal gestita conduce a disastri inenarrabili. Maatkara, presa singolarmente, può essere considerata la linea di contiguità. Corale e allo stesso tempo intima è invece la scia intorno a Whorf, brano tra i più riusciti che tratteggia figurazioni contemporanee e costumi desueti.
Se ci son voluti tre anni per filtrare un disco come questo, viene il sospetto che per macinarne uno migliore bisognerà attendere a lungo. Sono aperte le scommesse.
Amazon
