Recensioni

7.1

L’indeterminatezza, l’identità sfocata, le strutture instabili, i percorsi da ricalcolare: nell’epoca del pianificato, del codificato, della profilazione algoritmica di tutto ciò che può essere ridotto a dato (vale a dire: tutto), ogni incertezza o ambiguità rappresenta un fattore di rischio, un segno distintivo di anomalia e (quindi) di fragilità. Eppure è anche uno degli ultimi sentieri percorribili per definirsi come individuo. Volendo parafrasare il caro vecchio Descartes: sono indeterminato (sfocato, instabile, perciò anomalo e fragile), quindi sono. Le canzoni dei Manuel Pistacchio sembrano muovere appunto da questa strategica (o disperata) indeterminatezza per tracciare un perimetro identitario anomalo, con l’intenzione di raccogliere nel setaccio pagliuzze di essenza. 

Rispetto all’album d’esordio Di primo mattino (2019), il trio è diventato quartetto con l’ingresso di Arianna Pasini (chitarra, tastiere e cori) e del veterano Francesco Giampaoli al basso (già Sacri Cuori) in sostituzione di Matteo Camera. Le coordinate sonore rimangono più o meno le stesse, anche se col nuovo album Scordato Cuore (titolo montaliano dal significato ambivalente, sempre nel segno della suddetta indeterminatezza) tradisce un approccio più sgranato, con l’aspersione di aromi psichedelici, svaporate shoegaze e particelle di cantautorato pop a regalare stratificazioni ulteriori al taglio intimista lo-fi.    

Otto canzoni, quindi, che sembrano uscite dal cassetto dei rimasugli, nel quale hanno covato un senso riparato e storto, lievitato nel buio di un isolamento amniotico e quindi, una volta allo scoperto, impazzito di luce. Canzoncine anomale che adesso ammaliano e l’attimo dopo disturbano, piccoli marchingegni senza importanza che penetrano i pori e te li ritrovi tra un pensiero e l’altro impegnati a inceppare la consuetudine. Si parte con l’intruglio stropicciato di chitarre, tastiere e voce di Contaminazione, col suo incedere blando in un rapimento abbacinato che s’incendia noise, e si finisce a galleggiare nel brodo di memoria e suggestioni latine di Vibra ancora, tra vibrafoni incrinati e coretti femminili, sulla scia di un’ebbrezza esotica che suggerisce vie futuribili alla nostalgia.

Nel mezzo, in un lavoro che non raggiunge la mezz’ora di durata complessiva, le coordinate sventolano abbacinate e stridenti, ora congetturando un folk bucolico e radioattivo da far pensare a una versione naif di Cristiano Godano (Compleanno), ora finendo preda di un’allucinazione electro-wave dai fili sbucciati (Primo mattino, tipo una jam tra Suicide e New Order sognata dal primo Bugo), ora ciondolando tra languori 70s con una strizzatina d’occhio ai Coldplay di Yellow (Oceano), poi ancora sprimacciando wave minimale tra Garbo e i Cure (Giovane Arold) o gettando uno sguardo obliquo/liquido sulle relazioni tipo un Fiumani dal passo lubrificato Enzo Carella (Amicizia), infine abbandonandosi a un cantautorato folk impollinato di ghirigori sintetici e pennellate acide 70s come una polaroid Mario Castelnuovo scontornata da Flavio Giurato (Aria fresca).

Ribadisco: è una calligrafia di piccole cose, non propriamente indispensabili. Eppure incontrarle somiglia al bozzolo di un’epifania. Come quando respiri l’aria rimasta chiusa in un cassetto pieno di oggetti che conosci, che riconosci, ma di cui hai scordato (appunto) il nome.

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