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Lo scorso aprile, in Cina, durante il gala per il nuovo anno lunare (lo show più importante in assoluto), faceva notizia l’ennesimo scivolone autoriale in fatto di rappresentazione/omaggio della cultura africana: VaVa, la rapper più famosa del paese, si presentava sul palco con il volto dipinto di nero cantando una cover di un brano di Nicki Minaj. Con l’obiettivo di internazionalizzare il più possibile il capodanno cinese già da qualche anno vengono rappresentate con canti e balli varie nazioni e relativi aspetti culturali. Africa compresa. Tuttavia il risultato, specie per questo continente, si risolve in maniera del tutto caricaturale citando aspetti peculiari ma non esaustivi della cultura africana (abbigliamento tribale, animali selvaggi), ma soprattutto accostando volti cinesi dipinti di nero a persone realmente africane. L’ultimo episodio in ordine cronologico, complice anche la celebrità di un personaggio come Vava, oltre ad aver indignato molti netizens cinesi ha varcato i confini e gettato le basi di un discorso sull’appropriazione culturale di respiro internazionale. Omaggio o appropriazione? Razzismo sistemico o leggerezza?

Tornando a casa nostra, la stessa domanda sorge spontanea osservando, ancor prima di ascoltare, copertina e nomi delle tracce di V, il nuovo album di Alessandro Mannarino: riferimenti all’Africa, all’animismo, alla preistoria, alla figura femminile. Ad un bivio della propria carriera e con le ossa rotte dall’affaire Covid, l’artista romano racchiude in una sola lettera una serie infinita di pensieri e concetti sparsi (Venere Voce Vita Ventre Valore Volume Veleno Violenza Villaggio Vertebre Vagina Vulcano Vagabonda Vento Vene Vegetazione Vanità Verbo Verità). Si percepisce immediatamente questa chiara volontà di virare, rispetto al passato, su alcuni concetti specifici, asciugando e sintetizzando accordi e ritmiche che, sostenute spesso da basi elettroniche, diventano ripetitive, ossessive, tribali, evocative (nell’aria echeggia spesso il Populous di Azulejos).

Oltre all’Africa anche l’Amazzonia (Agua, Amazonica), con suoni originali registrati sul posto, il Messico (Banca de New York), il Brasile (Vagabunda, Ballabylonia), America Latina in generale (Bandida) che compongono una geografia che prova insistentemente, ma senza successo, a tenere un filo sensato tra i vari luoghi, tra i vari pensieri. Mannarino prova ad ampliare il proprio spazio narrativo cercando di passare da trovatore a cantautore politico inzeppando, almeno ipoteticamente, i brani di sparsi flash legati al rapporto uomo-donna (Vagabunda, Bandida), dio-uomo, uomo-natura (Amazonica, Congo), padrone-oppressi, ma diluendo ogni buona idea in una disordinata babele.

Tornando quindi al discorso sull’appropriazione ci chiediamo: è necessario scomodare così tante culture diverse tra loro per veicolare messaggi universali e trasnazionali? Il farsi scudo con altre culture non rischia di annullare la sana necessità di un artista di raccontare il proprio irrazionale? Le domande sono aperte. Di sicuro V è un disco orecchiabile, ballabile, ammiccante, ma che poco lascia all’approfondimento dei concetti seminali. Non è un caso che la più sincera esternazione politica sia in Paura, messa lì in fondo al lotto e così lontana dalla radiofonica Africa, con una doppia funzione: rappresentare da un lato il nascondiglio segreto della crisi naturale di un essere umano e dall’altro la speranza che un nuovo percorso parta proprio da lì.

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