Recensioni

Lasciamo da parte per un attimo tutto lo stuolo di polemiche post vittoria sanremese, videomessaggi biliosi di ragazzini viziatelli ed eleganti sottigliezze retoriche del nostro onorevole Ministro degli Interni. Parliamo invece di musica e di un disco che, anche al netto del suo singolo di punta, aggiorna con tre inediti un EP già buono e, semplicemente, funziona. Il concetto di “funzionamento” applicato a qualsivoglia prodotto artistico o aspirante tale è una sinestesia che poco mi piace, ma soprattutto in ambito pop l’espressione è lecita. Gioventù Bruciata funziona perché prende un intingolo sicuramente attuale e lo sviluppa con efficacia e qualità. Con questo non voglio dire che sia una proposta chissà quanto fresca o innovativa: Mahmood non fa nulla di nuovo in senso assoluto, semplicemente aggiorna una tradizione r&b italica già consolidata trasportandola definitivamente in un Oggi dove trap et similia hanno definitivamente colonizzato le classifiche di streaming. E lo fa con uno urban pop meticcio e contagioso che non rinuncia alle ambizioni mainstream. In sostanza, siamo davanti al Tiziano Ferro di Rosso Relativo svecchiato e prodotto da Charlie Charles, sveglio nell’assimilare la lezione di Ghali (da Wily Wily al bridge in arabo di Soldi è un attimo) e con una vocalità che recupera – attualizzandole – le vocalità di gente come Nardinocchi e Mengoni. Un Frankenstein neanche così improbabile a pensarci, ma bisognava pensarci.
Dai singoloni massimalisti con ritornello super-catchy (Uramaki) alle estive latinità di Milano Good Vibes, passando per numeri più semplicemente pop (la title track) e saltelli quasi wonky (Anni 90, con un cameo di Fabri Fibra), arriva perfino qualche jamesblakata, molto derivativa ma sicuramente riuscita, come Il Nilo nel Naviglio. Insomma, la palette è ampia e la produzione è quella giusta per il tipo di proposta, la vocalità del ragazzo è personale il giusto e i pezzi sono al miglior crocevia tra qualità e potabilità. Qualche riempitivo un poco stanco non manca (Sabbie Mobili) ma sono quisquilie che si perdonano facilmente ad un’opera prima già così buona. Mahmood è la soundtrack perfetta per passeggiare tra le palme di Piazza Duomo: potranno anche simboleggiare l’imbarbarimento arabeggiante dei sacri costumi italici, ma ci sono. Poi qualcuno si ricorderà che in realtà le palme in piazza c’erano già nell’Ottocento. E altri protesteranno andando a distribuire banane ai passanti.
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