Recensioni

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Jason Molina più Steve Albini significa Magnolia Electric Co., ovvero l’ineludibilità sonora come rivalsa anti-nostalgica del folk rock. Perché è impossibile ignorare ciò che è vivo anche se da tempo lo hai sepolto tra le cose che non hanno (più) voce in capitolo. Come, appunto, certo folk rock.

Questo nuovo disco – il quarto per la compagine capitanata dal cantautore dell’Ohio – inizia nel segno di una triangolazione Al Stewart, E-Street Band e Will Oldham, prosegue disimpegnandosi tra tepori country e soul, riesumando fatamorgane doo-wop, mestando la crema acida di una milonga da front porch (la stupenda Shenandoah), e ancora sgranando elettricità febbrile non distante dal Neil Young altezza Freedom. Con la gravità generosa di chi ha speso anni, cuore e dischi spellando il cadavere del folk rock, finché non ne è rimasta che la polvere. Fu allora, nell’ormai lontano 2003, che incontrò Albini, il cui turgore in flagranza di reato sembrò il modo migliore – forse l’unico – per rimpolpare quelle trame minimali.

Jason ripartì come una fragorosa e obsoleta anomalia, le chitarre in resta, gli organi, gli ottoni, il piano. Forte di quel suono impetuoso e sconcertante come un fantasma di carne, non si è ancora fermato. Prosegue la sua patetica, appassionata e formidabile scorreria on the road, cogliendo ballate dolciastre e struggenti, solcando la spuma pastosa e sferzante del malanimo, tratteggiando un’elegia assieme poderosa, vivida e affranta. In memoria di Evan Farrell, bassista e chitarrista, morto tragicamente nel dicembre del 2007.

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