Recensioni

L’avevamo lasciata, M¥SS KETA, a cavalcioni di una mortazza sulla copertina dell’ultimo LP Paprika. Era poco più di un anno fa, e le mascherine parevano un suo stravagante appannaggio (dovevamo togliercela di torno questa battuta, meglio subito). Si potrebbe copincollare paro paro l’introduzione che Edoardo Bridda faceva al personaggio nella succitata recensione, delineando la natura collettiva del progetto (Riva, Dario Pigato, Motel Forlanini), la bulimia di attenzioni che ha da sempre saputo suscitare nella stampa (ora anche oltreatlantico, vedi il NY Times), e anche il disvelamento – in contrasto con il suo ostentato anonimato – della decadenza negli eccessi di un potere che cambierà anche forma e connotati, ma lercio e putrido rimane.
Si potrebbe oggi, più di tutto, ragionare su quello che Keta sempre di più riesce a incarnare: lo sguardo insieme desideroso e schifato di chi vorrebbe e non solo non può, ma ha sempre più il sospetto che l’oggetto del suo desiderio sia una mela che comincia a marcire. Insomma, l’italiano medio è sempre lui, unisce ancora working class e alta società nel nome dello stantìo mito del self-made man, ma il castello di carte (di credito) comincia a scricchiolare. Keta ce lo dice addirittura – con un’onestà nella quale risuona Bifo e che ai duri e puri potrà sembrare paracula, ma tant’è: «you call it capitalism, I call it slavery, fuck capitalism, fuck capitalism». Il pezzo è RIDER BITCH e sulle basi di un’esplosiva miscela di electroclash e fidget – firmata Unusual Magic e RIVA – racconta lo sfruttamento dei fattorini attraverso l’improbabile esperienza di Keta, in giro a pedalare con le Louboutin. E mettici anche la conclusiva DUE, costruita su un campione della hit dance 2 Times della cantante brit, italiana d’adozione, Ann Lee, altro delirio lucido sull’ipersaturazione consumistica del tardo capitalismo (ma possiamo pure leggerla come svogliata ostentazione in spirito trap nostrano).
La Myss che si trasforma in un jet cromato solcando il cielo nella copertina dell’EP, è un’anima vagabonda a spasso per la metropoli. Questa volta si diverte a spingere l’acceleratore sul ballabile infilando old school house, electroclash e french touch, ma anche jungle, trap oltre all’immancabile pop sintetico. Di fatto, in questo che è il suo disco con le basi più azzeccate e ballabili, c’è tutto il meglio della sua proposta: l’iconografia portata all’eccesso e ridicolizzata dell’immaginario social che si ciba di riferimenti e modelli da soddisfare (PHOTOSHOCK) e quel fare lascivo e provocante che in GMBH sborda anche in spoken word documentaristici e felini. Di più: a sottolineare un momento di evidente ispirazione, il consueto parlato narrativo di Keta si lascia pure tentare da momenti di cantato gestiti più che dignitosamente e da divagazioni in tedesco (GMBH) e greco (DIANA), giusto per gradire.
Lungi dallo snaturare il proprio status di icona ultrafake e perciò iperreal, i contorni del progetto MYSS KETA si fanno insomma sempre più netti e credibili: un prodotto che gioca con le contraddizioni di una certa società insaziabile e le esplicita forse in maniera definitiva. Al netto di qualche ammicco agli appetiti più banalotti del FM italiano di cui avremmo fatto volentieri a meno (vedi la hit con Priestess nella comunque ben prodotta – da Populous – DIANA), è sempre lei, la “donna che conta”. Ad maiora, bitch.
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