Recensioni

7.2

Gradito ritorno quello di Lydia Lunch, regina della No Wave, la Big Sexy Noise Queen di New York: un nome che non ha certo bisogno di troppe presentazioni. Assieme al chitarrista Weasel Walter (Flying Luttenbachers), al bassista Tim Dahl (Child Abuse) e al batterista Bob Bert (Sonic YouthPussy Galore), Lydia Lunch ci consegna Urge To Kill, seconda uscita del progetto Retrovirus, in pubblicazione il 22 maggio 2015 per la label italiana Rustblade Records. Come nel capitolo precedente del progetto Retrovirus, Urge To Kill si nutre del repertorio passato dell’artista americana. Tutti i brani sono stati registrati dal vivo in studio nel 2015. Come fossero una pianta carnivora, i pezzi sembrano esser cresciuti arrampicandosi su di un’alta torre nera. Forse il tempo ha segnato il corpo e la voce della bella Lunch, ma senza assolutamente minarne la violenza e la fatale urgenza espressiva, anzi.

Ascoltare per credere: la noiseggiante Some Boys dallo storico EP In Limbo, ad esempio, convince appieno, così come le nuove versioni di Snakepit Breakdown e Lock Your Door, entrambe tratte da 13.13. La voce rauca e demoniaca della bella Lunch con questo lavoro ci presenta un pasto nudo in cui vengono triturati i fantasmi dei Teenage Jesus And The Jerks, schegge impazzite dei primi Swans (si ascolti a riguardo la versione di Tied And Twist tratta da Queen Of Siam) e un perverso e pervasivo noise blues. Proprio in quest’ultimo ambito, colpisce come un pugno in faccia la nuova versione di Still Burning, che fu scritta e interpretata per lei da Roland S. Howard degli immortali The Birthday Party. È proprio la musica del combo australiano ad essere rievocata in questo lavoro, che suona anche più noise, grezzo, urgente, acido e disperato del capitolo precedente.

Non siamo in presenza di rughe, ma di cicatrici procurate da una vita vissuta ogni giorno al massimo, senza mai curarsi del futuro o di un domani, che comunque è arrivato inesorabile. Non c’è spazio per elementi dark patinati o pose spleen, nel lavoro della Lunch del 2015. Del resto, quella della No Wave era una generazione che puntava direttamente alla gola, senza tanti fronzoli.

La straordinaria reinterpretazione di Frankie Teardrop dei Suicide è l’apice del lavoro, che qui deflagra in urla sgraziate e feedback su di un riconoscibile mantra industriale elettrificato. Un lavoro che suggella magnificamente quasi quarant’anni di carriera e che, si spera, non mancherà di sedurre verso il lato oscuro anche le giovani generazioni.

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