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Ludwig Göransson si conferma come uno dei compositori di musica per film più significativi degli ultimi anni. Colpisce la sua capacità di mantenere questo profilo non lavorando su produzioni sperimentali o autoriali, ma restando ai vertici di Hollywood, in un successo commerciale forse superato solo da Hans Zimmer.

Partecipare a progetti multimilionari come Tenet, The Mandalorian e Oppenheimer non ha infatti offuscato una delle qualità più apprezzabili del compositore svedese: conciliare la curiosità tipica del ricercatore con le serratissime scadenze produttive e le logiche dell’industria.

Göransson aveva già dimostrato con Black Panther di essere un professionista deciso a non lasciarsi sopraffare dalla pratica dominante hollywoodiana, che spesso accosta orchestrazioni e sonorità tipicamente occidentali a qualsiasi tipo di narrazione epica, indipendentemente dal contesto. In quell’occasione aveva registrato sul campo musicisti africani e strumenti come fula flute, talking drums e kora, inserendoli poi all’interno di orchestrazioni più tipiche del cinema Marvel.

Questa operazione, come del resto tutto Black Panther, non è stata esente da critiche: dove si traccia il confine tra la volontà genuina di dare spazio a una rappresentanza black fino ad allora quasi assente nel mondo dei supereroi e una tendenza opposta verso una cultural appropriation intensiva e indiscriminata? Senza estendere questo dibattito a tutto il film, si può dire che, pur senza scardinare le pratiche dominanti della filmografia mainstream, la colonna sonora di Göransson sfidava la tendenza a ignorare completamente le autentiche peculiarità musicali delle popolazioni autoctone.

Memorie di una Geisha, Aladdin, L’ultimo Samurai sono tutti esempi di composizioni efficaci e ben scritte, ma che non brillano per aver prestato attenzione a evitare cliché melodici, armonici e formali dettati da una lettura semplificata e stereotipata del linguaggio musicale di un paese non occidentale. Il gesto di Göransson in Black Panther, pur non totalmente rivoluzionario, rappresentava comunque un passo avanti in questo senso.

Il vero salto di qualità arriva però con Sinners / I Peccatori, ancora diretto da Ryan Coogler e ambientato nel Mississippi del 1932. Qui Göransson si confronta con il blues del Delta, quello di Charley Patton, Robert Johnson e Son House: un blues primitivo, voce e chitarra senza amplificazione, spesso bollato come “musica del diavolo” e relegato alla diffusione tramite le cosiddette race records. Non si tratta del blues urbano che avrebbe poi conosciuto il successo con Muddy Waters o Howlin’ Wolf, ma di musicisti spesso oggetto di narrazioni quasi leggendarie (il patto di Johnson con il diavolo ne è un esempio lampante), documentati però solo da registrazioni di qualità limitata.

La sfida era rendere queste sonorità vive e coinvolgenti per lo spettatore contemporaneo, evitando che fossero percepite come musica “vecchia”. Per prepararsi, Göransson e Coogler hanno visitato i Royal Studios di Memphis, organizzando sessioni e confronti con musicisti come Bobby Rush e Cedric Burnside. Per rispettare le tempistiche serrate, il compositore ha assunto anche il ruolo di produttore musicale insieme alla moglie Serena McKinney, selezionando interpreti e autori per le numerose canzoni originali richieste dallo script del film.

Il risultato è sorprendente. Miles Caton, protagonista, colpisce per la voce e per la dedizione nell’imparare in pochi mesi a padroneggiare chitarra e tipico bottleneck, registrando molte tracce dal vivo direttamente sul set. Ma oltre all’efficacia nella scelta degli attori e cantanti, è notevole l’uso narrativo della musica di Göransson: emblematica la scena di I Lied to You, che parte come un blues del Delta e scivola tra talking drums, hip hop, chitarre hendrixiane e un DJ funk, fondendo passato, presente e futuro della musica afroamericana.

Il film indaga infatti il valore identitario del blues: “We brought this with us from home. It’s magic, it’s sacred”, dice il personaggio di Delroy Lindo. Il blues del Delta non era solo musica, ma anche il terreno di un conflitto profondo all’interno della comunità afroamericana: la difficoltà di far convivere la propria identità musicale e culturale con una cristianità assimilata e quasi “imposta” da una larga parte della stessa comunità.

Quasi tutti i bluesman del Delta (Skip James e Son House, ad esempio) condividono questa esperienza: il dover scegliere, cambiando spesso idea più volte, tra una cristianità metodista saldamente radicata in quelle terre e una vita da performer blues vista come rifiuto totale della religione.

Proprio questo dualismo tra chiesa e blues, fede e “musica del diavolo”, ispira il protagonista Sammie “Preacher Boy” Moore. Lo stesso Son House, nel presentare Preaching Blues in un suo concerto/documentario del 1969, spiegava: «Your friend or enemy is God and the Devil. So you can’t sit straddle at the fence (…), you got to give up one side or the other to make it plain. So well, I went to do a little wrong but I didn’t give up God, since I get go back to playing and making peace about the preaching blues, cause I preached for a long time in Louisiana in East Call Pass.»

Ecco, la musica de I Peccatori parla proprio di questo: della sostanziale impossibilità, in quegli anni, di far convivere due mondi vissuti come antitetici e di superare tale incompatibilità attraverso quel “preaching blues” a cui faceva riferimento Son House; di una comunità spaccata al suo interno a causa della segregazione razziale e della difficoltà di trovare una pace tra la spinta a non rinnegare forzatamente le proprie radici e il bisogno di dare un senso alle – spesso insostenibili – difficoltà del presente.

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