Recensioni

7.3

“Userò gli occhi del cuore” per guardare Boris 4. E va bene così. Chiariamoci: la nuova stagione di Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, la prima senza il compianto Mattia Torre, non è esente da qualche storpiatura, ma, a mente fredda, l’effetto nostalgia e l’umorismo tipico di Boris hanno ancora la meglio sui suoi difetti, in particolare quelli delle ultime puntate.

Approdata su Disney+, Boris 4 vede il regista di fiction René Ferretti (Francesco Pannofino) tornare dietro la cinepresa, stavolta per dirigere una serie sulla vita di Gesù. Cambiano i tempi, cambiano anche le regole della tv: non c’è più il Dottor Cane, il direttore di rete di cui per due stagioni non abbiamo visto il volto, ma c’è l’Algoritmo, un’entità onnipresente sul set come un fantasma, in grado di dettare le scelte della piattaforma streaming (di cui, ovviamente, non viene fatto il nome). Che cosa determina l’Algoritmo? Tutto: trama, personaggi, inclusività in scena e sul set.

La prima cosa positiva da dire è che i rimandi alle precedenti stagioni non sono mai troppo invadenti. La musichetta melensa degli Occhi del Cuore la sentiamo una volta sola, persino la sigla è cambiata e gli omaggi a chi non c’è più sono molto delicati. Quello di Itala, a inizio stagione, e quelli a Mattia Torre nel primo ed ultimo episodio. «Collega, come si sta all’inferno?». «Mah, ti dirò, è pieno di quarte stagioni»: la potenza di Boris è sempre stata quella di dar vita a tormentoni senza tempo, che si fissano nella memoria al primo colpo, e questa chiosa dedicata allo sceneggiatore scomparso rientra tra questi. La quarta stagione, in questo senso, di momenti iconici ne ha molti meno (ma, va detto, stavolta gli episodi erano meno rispetto al passato). Tra i più belli c’è il «No, io la roba bella non la guardo» di Tatty Barletta (Edoardo Pesce), la new entry di seconda unità che si inserisce in una trama, ahimè, deboluccia e confusionaria (quella di René che tenta di fare il “capolavoro” di nascosto dalla piattaforma). Poi c’è il «Quando Duccio guarda il cielo in India si cacano sotto» del fedele Lorenzo, che ne ha fatta di strada dal set di Occhi del Cuore e comincia a fare di testa propria. Infine, Pietro Sermonti nei panni di Stanis LaRochelle, non ha perso la sua forza nello schermo, più che mai travestito da Gesù: «quando sei Stanis e hai i capelli lunghi, basta una battuta gnegne per far ridere».

Meno iconica invece la presenza di Corrado Guzzanti nei panni di Mariano Giusti: ormai nota la sua propensione alla violenza, la sua partecipazione a un raduno di appassionati d’armi non colpisce più di tanto. Momento più alto della sua parte, forse, l’ingresso in tuta da green screen.

Gran parte dell’umorismo di questa stagione gira attorno al tema del politicamente corretto e dell’inclusività. La declinazione dei sostantivi in u, il rispetto degli altri sul set: tutte cose che colpiscono il burbero Biascica. In questo senso, Boris è la dimostrazione che si può scherzare su tutto senza cadere nel volgare o nelle mancanze di rispetto, e che non è vero in fondo che “non si può dire più niente” (a dispetto di ciò che ci dicono i comici di casa Mediaset). Per dire: si può scherzare sull’attenzione dei media per il razzismo senza essere razzisti.

Il problema di questa stagione, invece, sono alcune vicende della trama poco sviluppate, ad esempio la nuova “schiava” di Arianna e la relazione con il criminale calabrese di cui non è chiara l’economia all’interno della sceneggiatura, o gli spunti sulle vite dei personaggi gettati lì per caso e mai più ripresi. Al contrario, nelle vecchie stagioni di Boris raramente abbiamo visto i personaggi fuori dalla vita di troupe, e quando succedeva era sempre funzionale alla trama.

Ma qual è il grande insegnamento di Boris 4? Ancora una volta, è la locura: e stavolta a trasmettere «la cerveza, la tradizione, o merda», come la chiama Ferretti, è il balletto di René alla Flashdance che risolve la sua querelle legale con la piattaforma. Chiaramente la trovata grossolana è meta-cinematografica, ma è lontana anni luce dalla forza del monologo firmato da Mattia Torre.

Alla fine di tutto, però, considerati gli sprazzi di genio qua e là, va detto: Boris 4 è stata una bella rimpatriata. La missione più importante per Ciarrapico e Vendruscolo era trovare linfa nuova e mantenere integra l’identità della loro creatura, cosa che è riuscita piuttosto bene.

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