Recensioni

Abitare la complessità, farne un manifesto, esaltarla. Fatigue di L’Rain – al secolo Taja Cheek – muove da una sorta di concept (riassunto dal titolo) sulla difficoltà: quella, in particolare, legata al cambiamento. «What have you done to change?», “che cosa hai fatto per cambiare?”, ci (si) chiede L’Rain alla fine della traccia che introduce il lavoro, Fly, Die. Quello che segue è un album musical-fotografico di istantanee mosse che rappresentano le infinite sfumature di una soggettività alle prese, appunto, con il cambiamento.
“Ne usciremo migliori”, “sarà l’occasione per ripensare ai nostri modelli di vita”, eccetera. Frasi che ci sono venute a noia presto, passato il – seppur flebile – spirito comunitario sorto in concomitanza con l’enormità del manifestarsi della pandemia. Non è un caso che questo disco, il secondo di Cheek, abbia preso forma e visto la luce in questi mesi difficili. Ciò che affronta l’artista di Brooklyn è una riflessione, se vogliamo un’indagine vera e propria, su cosa significhi cambiare. Innanzitutto: è un processo collettivo. Un’azione insieme fluida e non lineare, così come non lineare è la realtà, men che meno quella soggettiva. Gioia e dolore non hanno contorni chiari, strabordano l’uno nell’altra, respirano, sono promiscui di quella vicinanza che – complice l’emergenza sanitaria – abbiamo dimenticato. Così la musica segue questo caleidoscopio mutevole, un ripiegarsi su sé stessa di riferimenti che vanno dal gospel sulla coda di Find It (la voce è quella del reverendo Paul Jones) al soul mellifluo e quasi d’altri tempi di Blame Me, ma anche quella Two Face su ritmi à la Tony Allen che del titolo ripropone in melodia un dualismo di voci che si rincorrono, incalzano, supportano, mettono in discussione («When you close your eyes, do you think of me / Singing all your words softly?») fino a raggomitolarsi in distorsioni spaziali.
Dicevamo la complessità. Concetto con il quale chiunque ha a che fare quotidianamente, ma che un presente sempre più manicheo ci spinge a rifiutare, in favore di posizioni nette e convinte. Invece L’Rain ci invita a cercare sentieri di melodia nel labirinto di quello che definisce “avvicinamento alla canzone” («approaching songness») e le sue sono canzoni che adoperano continuamente metafore: non solo linguisticamente, ma anche – se possibile – musicalmente. E non è un caso che anche i titoli dei quattordici brani vadano a comporre una poesia ideale di 28 parole e 3 stanze; versi che rimandano sì ai brani, ma che al contempo comunicano potenzialmente altro, in quell’espansione di significato da sempre ricercata da L’Rain – un’artista multidisciplinare: è, prima di tutto, curatrice di un museo nel Queens. Non è un caso che le canzoni siano intervallate da collage di registrazioni vocali, idee, sprazzi di ispirazione che Cheek – racconta – annota per ovviare a una pessima memoria; o che per dar corpo a linee di basso, insieme al produttore Andrew Lappin, abbia adoperato il suono di una specie di drone registrato nella metropolitana. Il tutto rende il corpo dell’opera, se possibile, ancora più vivo, fluido, traspirante.
Espandersi, esplorarsi, conoscersi, riposarsi: tutte cose che Fatigue invita a fare per esplorare la fatica del cambiamento. Un processo insieme personale e collettivo, duro e impegnativo. E L’Rain lo racconta con una poesia davvero ragguardevole.
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