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Ahimè è il nuovo disco del trio synthpop tosco-emiliano, ma di stanza a Bologna, LOSTATOBRADO. Arriva dopo un EP d’esordio dal titolo Canzoni contro la ragione (su SA l’intervista del 2024): evidente, a chi scrive, già da qui un legame con la band folk-punk italiana per eccellenza, quegli Zen Circus di Canzoni contro la natura, corregionali di uno dei tre, Alessio Vanni. Il gruppo si situa, almeno nelle intenzioni, nella fertile nidiata post-Die di Iosonouncane: pop elettronico e pieno di pathos, ricchezza di arrangiamento, fascinazione per l’elettronica e il mostruoso, ecologia, la natura come protagonista, il recupero delle radici. Tali forme compositive e categorie estetiche fanno il paio con la formazione e le occupazioni dei tre (oltre a Vanni, Lorenzo Marra e Lorenzo Valdesalici): tutti, a vario titolo, con studi musicali accademici alle spalle ed esperienze come compositori di colonne sonore, sound designer, ingegneri audio. Trademark del gruppo (e categoria dello spirito): musica elettroacustica e post-agricola.
L’intento è evidente sin dalla copertina (ispirata alla tradizione del Maggio Drammatico), che se da un lato risente della recente tradizione gruppale-familiare-domestica italiana (da NOI, LORO, GLI ALTRI di Marracash al venturo Tutto è possibile di Geolier), dall’altro richiama l’immaginario un po’ western, un po’ circense, un po’ folk del Dylan degli anni ’70. Una sorta di Basement Tapes ambientati fra l’Appennino e la Pianura Padana, in mezzo alla Nebbia dei Gazebo Penguins (di Correggio, non a caso). Lo spirito giocoso, da cacciatori di fantasmi e di soffitte, dei Basement Tapes informa gli episodi più divertenti, se vogliamo folk (e riusciti) del disco, come Auguri, quasi una filastrocca dronica dove trovano spazio chincaglierie, strumenti antichi come l’ocarina, o quello che sembra un accordion; o (Ancora) Auguri, breve ripresa per piano e fiati quasi honky tonk. Altrove il riferimento più immediato è il già citato Iosonouncane, con la dizione e la voce molto vicine a quella di Appino. Tipico è l’uso delle code strumentali, forse l’elemento più caratteristico del disco, che lo avvicina quasi alla forma della colonna sonora: si veda ad esempio la notevole Pergole, dove arpeggi e rumorismi elettronici convivono con violino e vocalizzi.
Altrove, la musica non riesce a creare o evocare paesaggi sonori organici (o in qualche modo sublimi, cfr. Canzone contro la natura). Che vi sia una ricerca di un certo pathos sacrale (e torniamo a DIE) è evidente (si veda il video di Cusna), ma non sempre le canzoni riescono nell’intenzione. Se musicalmente la ricerca della dissonanza, dell’effetto perturbante la fa da padrona (Ahimè, su tutte), soprattutto a livello testuale si riscontra in alcuni episodi una certa affettazione, quando non proprio imitazione. Passino infatti i titoli composti di parole singole, passino le numerosissime parole che fanno riferimento a oggetti o fenomeni naturali (con tutto il corollario di cime, versanti, muore il giorno, rovi, antri, sassi nudi e muti, l’incaniana sete), ma quando in una canzone si ascolta cumulonembi forse, forse la scena post-agricola (o ecologico-regionale, o etnogeografica, o roots, insomma post-DIE), ha esaurito i significanti, riducendosi a un’operazione spesso paradossalmente intellettualistica.
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