Recensioni

Quintetto texano – da Silver Lake – al debutto, i Local Natives s’infilano agili e oserei dire soavi tra i solchi weird folk e tribal-wave che informano tante propaggini alternative d’oggidì, col merito di sfuggire ad entrambe le categorie abbozzando un pop evoluto che dovrebbe fare la gioia di tutte le playlist meno banali. Possiedono una affabilità cristallina patinata di esotismi (sintetici e non) che viene naturale far risalire al post-punk più abboccato, pur sempre covando però una trepidazione percussiva che rimanda ai nonni Talking Heads (di cui non a caso rileggono Warning Sign) via Grizzly Bear, cui si aggiunge spesso un pizzico di enfasi Arcade Fire (sentire il singolo Airplane per credere).
Pure scomodando link variegati e vieppiù nobili (dai Beach Boys strattonati Go-Betweens di World News al Patrick Wolf ingentilito Rufus Wainwright di Stranger Things, passando per i CSN&Y in fregola soul di Cards And Quarters e da una Sun Hands che sembra quasi i Tears For Fears in bilico tra languore e acidità) non danno l’idea di volersi spingere troppo avanti sul terreno della ricerca, della sintesi di cose nuove. Il loro è pop appunto che si mantiene aperto a molte possibilità (in virtù del grande futuro dietro le spalle) ma alla larga dagli azzardi sperimentali.
In un certo senso, mi sembrano la controparte statunitense dei britannici Friendly Fires, aspirazioni MTV (versante Brand New) comprese.
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