Recensioni
Lightning Bolt, Above The Tree & Drum Ensemble Du Beat
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Stefano Pifferi
- 15 Novembre 2015

Quando i Lightning Bolt salgono sul palco dell’Init, al solito orario improponibile dei concerti nella capitale, sono in due, ma appena cominciano a suonare diventano quattro o, in certi frangenti, anche sei. Il segreto del duo dei Brian, Chippendale, che siede dietro le pelli, e Gibson, al mastodontico basso a 5 corde, sta proprio nello slittamento di significato che apportano a termini come hardcore, ultra-core, prog, prog-metal e quant’altro grazie ad un ormai consolidato approccio parossistico, cartoonesco, iper-delirante e al fulmicotone. Roba che devasta per l’intera ora e passa di concerto un pubblico accorso per celebrare i due, di passaggio a Roma dopo più di dieci anni dall’ultimo avvistamento in una serata che per l’occasione si trasforma in una sorta di mini-festival percussivo. Ad aprire infatti prima i romani MalClango, persi per le solite questioni di traffico della capitale, poi è il turno del duo Surgical Beat Bros, formato da Antonio Zitarelli (Neo, Mombu) e Fabio Recchia in arte Reeks (Germanotta Youth, NoHayBanda Trio). Tra il forsennato drumming del primo e il synth in modalità rumorosissima del secondo esce fuori un big bang post-atomico tra ritmi danzerecci (se vivessimo in qualche immaginario post-apocalisse alla Mad Max) e una visione barbara e carnale di una specie di hardcore cibernetico. Infine è Above The Tree a introdurre i Lightning Bolt. Scelto proprio dai due del Rhode Island per aprire l’intero tour italiano, Marco Bernacchia si manifesta con l’ennesima incarnazione, quella in compagnia del Drum Ensemble Du Beat: visione d’insieme ottima, coi due batteristi Edoardo Grisogani ed Enrico “Mao” Bocchini (che lo accompagnavano anche sull’ottimo Cave_Man) travisati ai lati del frontman e intenti ad armeggiare con drumkit acustico ed elettronico, mr. Above The Tree in mezzo con chitarra e tamburo per un set purtroppo breve per le succitate ragioni, ma dall’impatto potentissimo e che ci ricorda come certi progetti siano “sfortunati” a nascere in Italia. Qualità, passione, immaginario, impegno e resa live ottima nelle sue varie incarnazioni ne dovrebbero fare un progetto da esportazione e non, come purtroppo è, un culto per pochi.

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È dunque quasi l’una di notte quando i due americani salgono sul palco di fronte ad un pubblico più che soddisfacente dal punto di vista numerico (forse un po’ penalizzato dal fine settimana più pieno di live dell’anno: GY!BE, American Electronics in Rome, Swervedriver, Flipper, Julia Kent, Mohammad, ecc.) ed estremamente partecipe dal punto di vista emotivo, se è vero che il pit diventa subito un trionfo di slam-dance e stage-diving al punto da sentirsi ricacciati indietro ai gloriosi anni della RMHC. I due sopra macinano in una maniera impressionante uno i propri riff da invasato progger, basso altezza collo e dita iperveloci, e l’altro, maschera d’ordinanza e urla belluine, la batteria tentando di rompere il muro del suono (prima bacchetta spezzata a metà del secondo pezzo, se non è record poco ci manca), prendendo spunto com’è ovvio dall’ultimo Fantasy Empire: un live testosteronico, ironico, primitivo e selvaggio, sempre a mille, in grado di smostrare l’hardcore-noise in una sorta di drum&bass umana a forte carica eversiva, trascinando chi ascolta in una sorta di trance che nulla ha di rituale quanto di extra-umano, ferino o robotico fate voi. Un live spossante e in grado di minare veramente la stabilità non solo fisica quanto anche mentale di chi ascolta la cui degna conclusione non avrebbe potuto essere diversa: ricreare on stage ciò che di solito di due attuano in venue più piccole, ossia il suonare in mezzo al pubblico, stavolta invitato per la conclusiva Dracula Mountain a salire sul piccolo palco dell’Init e abbracciare in una orgia noise i due folli da Providence. Due che, come dicevamo in sede di approfondimento tempo fa, non ne vogliono sapere di scalare marcia.
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