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Canzoni proteiformi, eccessive, scosse. Soul, blues, jazz, uno spiccato senso teatrale, una strisciante vocazione pop. Ma sotto, e dietro, si agita uno spettacolo cupo, doloroso, quasi insostenibile. Scrivo forse sotto l’influsso della sua precoce (era il 1997) e feroce (tumore alle ovaie) scomparsa? Sì, certo. Non potrebbe essere altrimenti. Non posso fare a meno di pensare che Laura Nigro in arte Nyro cantasse e suonasse in una lucidissima preveggenza di spegnimento. Soccombendo un po’ in ogni canzone, consumandosi in esse, per esse, quasi fossero prove tecniche di scomparsa.

Ad un tratto, di quella futura sparizione, decise di dare al mondo un assaggio. Cioè: incamerato il buon successo di New York Tendaberry (1969) e Christmas and the Beads of Sweat (1970), terzo e quarto album sotto l’egida occhiuta di David Geffen, Laura non volle approfittare della zona franca tra la fine dei sessanta ed il vero inizio dei settanta. Di quella polpa pronta da mordere, di quella stasi tra il disfacimento delle utopie e avvisaglie di tempesta. Così, licenziò un discreto album di cover (Gonna Take a Miracle, 1971) e poi s’impose un’eclisse volontaria (leggi: il matrimonio col falegname David Bianchini) lunga un quinquennio. Roba da pazzi, da romantici, da disperati. Al suo ritorno sulle scene fu arduo affrontare la scorza ben più ruggente dei tempi, cotonati dance e in procinto di sclerotizzarsi punk-wave.

Quel che accadde da lì in avanti – per quanto buono – non si avvicina ai livelli della produzione ’68 -’70. Un apice creativo di cui Eli And The Thirteenth Confession (opera seconda dopo un ancora acerbo More Than a New Discovery del 1966, lei appena diciassettenne) fu l’incipit migliore: in questo disco, la sua eclettica formazione musicale (il padre era un trombettista jazz, la madre devota fruitrice di “colta”) acquista il carattere di un’insofferenza vibrante per gli steccati tra forme e generi. Per dirla meglio, Laura sembra come investita, trascinata da un convergere di flussi e riflussi, Tin Pan Alley e soul, jazz e R&B, folk e psichedelia, più una spolverata di romantico classicismo. Sul punto di cavalcare questa spuma, una preveggenza di fallimento sembra spingerla sul fondo, in balia di correnti scure.

Quel senso di tragedia incombente, l’abbandono ravvivato (ma non redento) dalla tensione sensuale, dall’irrefrenabile polimorfismo, dalla frenetica innocenza, da uno stupefatto, incessante entusiasmo: lo scopo di Laura sembra essere quello di imbastire una fantasmagoria che consoli e distolga innanzitutto se stessa dalla disperazione che l’attanaglia. Prendete l’itinerante Poverty Train, il blues atavico screziato d’incidenze psych-folk, il flauto vivace e stralunato come certe arguzie Traffic, poi quell’incedere melodico in sella ad enfasi soul, quindi i riverberi aerei del vibrafono, infine la suggestione fumosa à la Fred Neil del finale, dove in un corridoio di corde picchiettate e zufolii di legni – ecco – il buio s’ingoia la voce.

Oppure prendete Lonely Women, il modo in cui sorge jazz-soul mandando avanti il chiarore di una congrega piano-voce-sax, prima che le corde vocali ispessiscano il timbro, surriscaldino il mood, aprano la porta ad una scarica di grancasse, agli archi e al vibrafono, per poi andare a spegnersi in una cupezza derelitta. Oppure considerate la sua controparte “luminosa”, quella Lucky tutta cambi di tempo e corde a grattare il ritmo, il soul che inciampa RnB, il flauto che flirta con gli archi, il piano che cinguetta col vibrafono, quasi stralcio d’operetta in forma di canzone.

E poi ancora il vaudeville col soul dietro l’angolo di Timer (delicati trapassi errebì, ubriacanti giustapposizioni vocali), i ricami country con sterzate pop-soul di Once It Was Alright Now (Farmer Joe), il doo-wop sostenuto tra fregole gospel di Sweet Blindness. Non è chiaro capire quanto sia istintivo e quanto invece pianificato in questa spiazzante sarabanda stilistica. Conta però come – una volta preparati ad accoglierne le piroette, una volta assestata la nicchia emotiva nella quale precipiterà – sappia suonare ancora oggi vivida, intensa, bruciante.

Pur nella sua ostinata reticenza a staccarsi dal proprio tempo, pur con l’estenuante strategia di svolte e inversioni stilistiche, è una scaletta che attanaglia: ha buon gioco in questo l’apparato d’imprendibili “devianze”, dagli effluvi jazz-soul di trombe e organo con cui s’innesca Woman’s Blues (prima che una chitarra elastica e propulsioni d’ottoni intarsino spigoli e sincopi funk) al gospel minaccioso venato RnB in derapage verso una languida, spossante dissolvenza di Eli’s Coming (barriti di ottoni e percussioni accese, il canto posseduto e rassegnato assieme), per non dimenticare i cromatismi ruvidi e le dinamiche luminose nella swingante, quasi frivola Lu.

Non si finirebbe più di dire, ogni pezzo reclama la sua parte d’attenzione, sembra l’episodio straordinario di una collezione eccezionale: Stoned Soul Picnic amabile e suadente, puntuta e amarognola, soffice e sornione ordigno soul-doo-wop con sorpresa funky finale (i 5th Dimension ne faranno un successone); la conclusiva The Confession, mestizia iridescente d’archi, tramestio serrato di chitarra e batteria, fiammelle di vibrafono e d’organo a sprimacciare un folk-errebì nella cui strinata malinconia balena la Kate Bush di The Man With The Child In His Eyes

Poi, e soprattutto, l’ambiziosa December’s Boudoir, il tremito della poca luce tagliata da una voce sottile, l’arpa come un liquore angelico, gli archi cherubini, french-horn e flauto a folleggiare sui contorni del malanimo (qui è indicibile, davvero, la distanza tra soul, jazz e pop). A metà strada il guscio sembra incrinarsi, si rompe, ne esce un valzer repentino, ma è solo un miraggio veloce che l’ombra si divora. In questo pezzo c’è forse già tutta la Nyro futura, quel che troppo brevemente sarà.

Anello di congiunzione tra un sogno di vita e il quotidiano inferno della vita, tra l’attrazione irresistibile per la luce (idealizzata, idealizzante) dei riflettori e la consapevolezza dei marciapiedi del Bronx, tra le proprie sole fragili forze e le proprie forze irrimediabilmente sole. Per questa potenza geniale e diafana, affascinante e malferma, Laura Nyro suona ancora oggi viva. Come non mai.

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