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7.7

Il sogno americano, quello che ha costruito una nazione, forgiato un popolo e nel mentre spazzati via altre nazioni e altri popoli, passa anche per le rotaie che, miglio dopo miglio, hanno conquistato il West, visto crescere e prosperare città, morire e nascere imprese commerciali. La sagoma gialla, come la copertina del quarto disco di Laura Gibson, è uno di questi emblemi epici: un treno che da Chicago, ancora prima che diventasse packing city, ma solo il punto dove cominciava il Mid West, sfrecciava al confine con i territori che si sono trasformati nel Canada, per arrivare sulla costa pacifica e, nel tragitto, costruire un impero, appunto.

Laura Gibson quel treno lo ha preso in senso contrario, da Portland, Oregon, dove è nata e cresciuta, per arrivare a New York City e studiare scrittura creativa. È l’estate del 2014, alle spalle un buon riscontro di critica e pubblico per l’album del 2012 La Grande, ma niente che abbia fatto cambiare direzione in modo decisivo alla sua esistenza. E allora, un viaggio da pioniere all’inverso, alla conquista dalla Big Apple. Peccato che, proprio nello stile crudo e crudele di un romanzo di John Steinbeck, un’esplosione di gas si porti via il palazzo del Lower East Side e la vita di due vicini di casa. Non stiamo raccontando una storia di near-death experience con conseguente illuminazione, frequente nella mitologia a stelle e strisce, ma quella di una donna giovane, cantautrice, frequentatrice di quelle storie di rincorsa al sogno americano, che si rende conto che l’incubo era a un passo, e solo per una coincidenza del destino o del caso non si è realizzato.

Da quelle ceneri nasce Empire Building, semplicemente il miglior disco di folk-americana-songwriting dell’anno, e uno che mostra classe a sufficienza per durare nel tempo. Nessuna nuova voce, tranne forse Laura Marling, ha saputo impregnarsi della paure che la vita riserva e farne carne e ossa per un disco di canzoni senza tempo. Merito anche di una band davvero notevole che, tra gli amici che le sono stati accanto dopo il trauma, la Gibson è riuscita a mettere insieme: le chitarre di Dave Depper (Death Cab for Cutie), le pelli di Dan Hunt (già con Neko Case) e Peter Broderick, oltre al cammeo di Nate Query dei The Decemberist. Tutti bravissimi nel costruire un set sonoro apparentemente statico, ma in realtà stratificato, sul quale Laura Gibson potesse adagiare, in primissimo piano, i suoi versi e la sua voce delicata.

Laura Gibson pesca a piene mani dalla tradizione: il soul-country di Damn Sure, il folk agrodolce di Last One, ma anche l’alt.country alla Wilco di Not Harmless, il pop di Two Kids, il fingerpicking folk di The Search for Dark Lake e Louis. Non c’è tasto della tastiera musicale americana che non tocchi e riesca a far proprio, mostrando una scrittura sicura, netta, precisa. I due riferimenti principali, in ambito più strettamente indie, possono forse essere Neko Case e Marissa Nadler. Ma il punto fondamentale è che con questo disco sarà lei a essere, d’ora in avanti, pietra di paragone.

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