Recensioni

7.2

Il quarto lavoro di Langhorne Slim è uscito lo scorso anno ma non aveva trovato finora distribuzione nel nostro Paese (ci pensa oggi la benemerita Goodfellas). La redazione di SA, attonita, si scusa di non averne dato neanche notizia. Il sottoscritto se ne dispiace con enfasi particolare, visto che in pratica ha tenuto a battesimo il buon Sean Scolnick su queste pagine, seguendone puntualmente i successivi sviluppi. Alla luce dei quali a dirla tutta si è un po’ raffreddato l’entusiasmo iniziale, soprattutto quando in occasione della fatidica opera terza Be Se Free fu evidente una certa standardizzazione della proposta.

Correva l’anno 2009. Tre anni dopo, giugno 2012, The Way We Move vede il nostro smilzo alle prese con le macerie di una relazione naufragata e la voglia di spalmare la frenesia su un tessuto sonoro più strutturato, ferma restando l’impostazione roots di partenza (c’è pur sempre Malachi DeLorenzo alla batteria, figlio della “femmina violenta” Victor, ed è una specie di garanzia d’origine). Attorno alla consueta formazione a tre ruotano quindi violini e fiati a corroborare la proposta, che sfarfalla mariachi (l’allegria agrodolce di Wild Soul) e s’inturgidisce soul (una On The Attack come potrebbe una jam in purgatorio tra Otis Redding e Levon Helm), che sprimaccia malinconia con discrezione Lambchop (Song For Sid) e palpita tra emulsioni sintetiche come una nipotina dello Springsteen più tenero (Coffe Cups).

Tutte variazioni su temi ben noti che hanno senso solo se ti ci giochi un bel po’ di cuore, se dietro all’equilibrio ed al mestiere senti il lezzo delle cose vere (si ascoltino le reminiscenze naif di Fire), un coinvolgimento spirituale che non sia solo posa (le pensose palpitazioni di Salvation). Ingredienti che non mancano, al netto di un po’ di pantomima, quella stessa che determina gli spasmi arrembanti (una Great Divide al retrogusto Grant Lee Buffalo, la title track), le malinconie a rotta di collo (Bad Luck, Two Crooked Hearts, il country errebì con memorie elvisiane di Found My Heart) o di contro la poetica del front-porch come scenario di tutte le residue speranze (Someday).

Quattro anni fa chiudevo la recensione di Be Set Free sostenendo che quello che credevamo un indemoniato forse, ahinoi, era solo un buon diavolo. Nel frattempo credo di avere cambiato opinione sui buoni diavoli: sono loro, in fondo, i più adatti a guardare la vita dritto negli occhi.

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