Recensioni

È un nome impegnativo. Evoca fosche visioni, insinuandosi sotto pelle con un misto di sgomento, rispetto e repulsione. La notte dei lunghi coltelli: suona bene, in effetti. Se lo si accosta al titolo, Morte a credito di celiniana memoria, il tutto acquista un’impronta di ieratico esistenzialismo che, ancor prima di premere il tasto play, lo sappiamo, condizionerà l’ascolto.
Per la cronaca, si tratta del nuovo progetto di Karim Qqru, batterista degliZen Circus, che questa volta ci mette la penna e la voce, oltre a tornare a imbracciare la chitarra, strumento che ne ha segnato gli esordi da musicista. Accanto a lui, Izio Orsini dei Jackie O’s Farm, Ale Demonoid Lera (già con gli Exilia) e una serie di ospiti noti del panorama underground nazionale.
Ma torniamo al disco. 1934, dicevamo, Céline, ok, ma anche Camus, evocato nella traccia che apre l’album, La caduta; e poi il Jacques Prévert di J’ai toujours été intact de Dieu e il Lev Tolstoj di Ivan Iljc. Riferimenti storici e letterari liberamente accostati, scevri sì di una fastidiosa ostentazione intellettualoide, ma anche privi di approfondimento e giudizio, spogliati così di ogni rappresentazione che non sia la pura e semplice compilazione di uno zibaldone di pensieri, influenze e suggestioni piuttosto sommarie.
Ci si interroga dunque non tanto sul senso dell’operazione – del quale l’autore detiene un sacrosanto (e se vuole, esclusivo) diritto di proprietà – quanto sulla forma dell’opera, sul soddisfare o meno le aspettative che inevitabilmente gravano quando si mette in gioco una tale quantità di materiale culturale (e umano).
Anche perché sul frangente puramente sonoro la questione non è meno confusa. L’impronta nichilista, la sublimazione della violenza, la poesia e la rabbia si disperdono in una serie di soluzioni disomogenee accostate in un racconto che fatica a veicolare il proprio messaggio.
Da una parte abbiamo l’hardcore di matrice Refused in brani come La nave marcia (qui intervallato da dilatazioni electro), Morte a credito (saltellante nei cori punk-rock) e l’iniziale La caduta, nella quale, “L’urlo che precede l’urto” pare lanciare il disco nella giusta direzione, fintanto che non ci si va a schiantare – appunto – contro un maldestro recitativo, privo di trasporto, compromesso da un’eccessiva inflessione dialettale.
La patina sintetica che avvolge l’intera produzione funge da trait d’union con l’altra anima del lavoro, quella elettronica; un po’ abbozzata nei fantasmi reznoriani della strumentale Ivan Iljc (ma c’era davvero bisogno di scomodare Tolstoj?), declinata a reading nella lingua originale del già citato Prévert, e infine liquefatta in un gelido ambient, nell’atmosfera desolata della Notte dei lunghi coltelli, che vede la partecipazione di Nicola Manzan al violino, e nella quale si cita Visconti con un parlato questa volta sommesso, quasi ricacciato in gola, certamente più opportuno.
Su coordinate ancora differenti troviamo il brano “all’altezza della situazione”, che arriva tardi ma arriva: D’isco deo, disossato e privo di ritmica, interpretato in sardo dal bravo Diego Pani, vive di voce, organo e chitarra, quanto basta per un’appello rabbioso, intenso e disperato.
E poi il cameo di Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids in Levami le mani dalla faccia, punk-rock su base hard-blues mutante e rumoristico, per arrivare infine all’indecifrabile divagazione horror elettronica della Bonus Track che chiude un’album rischioso, che non mancherà di esaltare il pubblico più affezionato a certo underground italico, lasciando probabilmente perplessi gli ascoltatori più smaliziati.
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