Recensioni

Due passi avanti e tre indietro. Così potremmo definire il cammino de La fantastica signora Maisel, che con gli episodi della quinta stagione (pubblicati settimanalmente su Prime Video dal 14 aprile 2023) chiude definitivamente il suo ciclo di avventure. Un viaggio che è stato tutt’altro che semplice, anzi. Tra tradizioni ebraiche, relazioni fallite e complicati rapporti familiari, la serie tv di Amy Sherman-Palladino e Daniel Palladino ci ha accompagnato nell’ascesa alla fama di Midge Maisel, una casalinga della New York tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60 che lascia suo marito Joel per dedicarsi alla sua passione: la stand up comedy. Ad aiutarla c’è la sua amica e agente Susie Myerson, una donna brusca, irriverente e solitaria che fa del successo di Midge (e non solo) la sua missione di vita.

Ogni finale delle quattro precedenti stagioni ha lasciato lo spettatore con l’amaro in bocca. Midge, interpretata da una bravissima Rachel Brosnahan, è spesso impulsiva, commette errori e fa scelta di testa sua, e per ogni vittoria ottiene una serie di fallimenti che è Susie a rimettere a posto. Perché farsi strada nel mondo dello star system, si sa, non è facile, soprattutto se si è una donna del ventesimo secolo. Del resto, se il mondo dello spettacolo di per sé non guarda in faccia a nessuno, quello dello stand up comedy di quegli anni è un universo dominato dagli uomini (ancora oggi, sono poche le donne che davvero hanno raggiunto fama e credibilità nel settore). Ma le tematiche di genere non sono mai state l’unico elemento fondante dello show, e hanno spesso preso forma attraverso delle battute o personaggi secondari, come un fastidioso reminder di ciò che era il ruolo della donna nella società. Diventano più importanti invece nell’ultima stagione, in cui vediamo Midge nei panni di autrice di un talk show assieme a una squadra di uomini, in un’azienda televisiva già ben collaudata dove ognuno ha il proprio ruolo (scene che per il setting fanno venire un po’ la nostalgia di Mad Men). Senza menzionare il fatto che il tempo narrativo scorre inesorabile e sono cambiate la cultura statunitense e la sensibilità nei confronti delle minoranze (si fa anche accenno alla questione razziale). E quindi adesso vediamo la protagonista sgomitare, lottare per far emergere la propria voce in una macchina caotica. Ma se ogni stagione di questa serie inizia dai fallimenti, la struttura narrativa del finale è completamente diverso e ci rassicura che sì, Midge Maisel raggiungerà davvero l’agognato successo.

La stagione infatti trova il suo centro narrativo negli anni ’60 ma ci porta avanti e indietro nel tempo, tra flashback e fast-forward che ci raccontano cosa ne è stato di Midge e della sua famiglia. Una scelta drastica, sì, ma necessaria per raccontarci cosa ne è stato della sua vita senza trascurare l’aspetto “esasperante” della serie, quello della gavetta appunto. Ci sono stati, e ci sono anche in questa stagione, momenti che ad un primo impatto sono difficili da capire, divagazioni, rallentamenti, scelte di Midge che fanno addirittura innervosire lo spettatore. Un esempio? La parentesi (lunga e inutile) sul musical sulla spazzatura che Midge si ritrova costretta a fare, e che riporta alla memoria la terribile sequenza musicale del ritorno su Netflix di Una mamma per amica (sempre di Amy Sherman Palladino). Ma il punto è proprio questo: La fantastica signora Maisel vuole essere estenuante. Vuole scardinare tutti i cliché sulle storie di empowerment e di ascesa al successo, rendendo il cammino della protagonista poco lineare e difficile non solo per le insidie esterne ma soprattutto per quelle dipendenti da sé stessa, anche quelle che razionalmente sembrano senza senso o troppo statiche. Persino la sequenza di Midge in visita al suo vecchio college con le amiche, tra gossip inutili e momenti un po’ noiosi, nasconde molto della sua storia.

Per fortuna, i Palladino hanno capito al momento giusto che era arrivato il momento di fermarsi. Una stagione in più di incertezze e difficoltà sarebbe stata decisamente troppo, anche se alcune parentesi aperte in questa stagione avrebbero meritato più approfondimento (ad esempio, che fine fanno tutti gli altri clienti di Susie?)

Due i punti forti di questa stagione. Il primo l’incredibile scenografia, la cui ricercatezza caratterizza la serie fin dagli inizi, il secondo lo sfruttare mezzi, linguaggi ed espedienti del mondo della televisione che solleticano il palato degli appassionati. Ad esempio nell’episodio It’s a Man, Man, Man, Man World, i Palladino si gettano in un racconto meta con l’utilizzo del format “60 minutes”, un programma di attualità andato in onda dal 1968 sulla Cbs. Midge, ormai 53enne, accoglie le telecamere nella sua casa facendo un resoconto della sua carriera e della sua vita personale, e così scopriamo che è divenuta una stella, che si è sposata diverse volte, che non ha perso la sua passione per la moda. Ancora, il fittizio Gordon Ford Show è ispirato a produzioni realmente esistite, in particolare quella del Tonight Show di Johnny Carson (antesignano di David Letterman e tutti gli altri late show americani). Infine, sempre in un flash forward, l’agente Susie in una serata a lei dedicata è “vittima” di una serie di roast.

Più la stagione si avvicina alla fine, più si fa forte il carico emotivo dei personaggi. In particolare, Abe Weissman (il papà di Midge, interpretato da Tony Shalhoub) regala un monologo intenso in cui riflette sul suo ruolo di genitore, così come vediamo il ritorno di Lenny Bruce. La ciliegina sulla torta di una serie che si è sempre presa i propri tempi, e su questo non si è mai tirata indietro, neanche nei suoi archi narrativi più deboli come quello su Joel, il marito di Midge. Ecco, forse il redemption arc di Joel in questa stagione è quello più frettoloso, e vederli interagire romanticamente, di nuovo, non è poi così coinvolgente. Soprattutto perché di mezzo c’è la storia drammatica, passionale, costruita abilmente in questi anni tra Midge e Lenny Bruce e che lascia gli spettatori pieni di speranza, nonostante fosse chiaro fin dal principio che i due non fossero destinati a rimanere insieme (il vero Lenny Bruce morì nel 1966).

Una quinta stagione che, insomma, chiude in maniera diversa da quello a cui eravamo abituati una serie che, va ricordato, ha rasentato a lungo tempo la perfezione. Difficilmente dimenticheremo Midge Maisel, e difficilmente dimenticheremo il suo monologo finale (che è poi quello che lancia definitivamente la sua carriera). Tits up!

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