Recensioni

7.1

Quando dici “villaggio globale” e scopri che anni fa certe sonorità si erano propagate per il globo come un virus. Benefico, siccome del concetto di psichedelia esistevano già da metà dei ’60 parafrasi sparse nelle più recondite periferie dell’impero musicale. Senza scomodare nomi per specialisti, si pensi a Os Mutantes, a un disco fenomenale come Paebirù dei brasiliani Ze Ramalho e Lula Cortes, a certe pepite emerse di recente da ogni dove. Non te ne capaciti, poi capisci che, probabilmente, la vibrazione era nell’aria e tutto stava nel coglierla. Lo dimostra questo doppio CD incentrato sull’iraniano Kourosh Yaghmaeim che – come racconta bene un libretto esemplare (da urlo il package nel complesso) – recupera registrazioni dagli anni di poco antecedenti la rivoluzione komeinista che porrà fine alla sua attività, osteggiando tutto quanto non ossequi l’oltranzismo a base religiosa che ben sappiamo.

Lungo l’abbondante lustro ‘73-’79 l’uomo spargeva acido e venature filo-prog (ma trattenute costantemente entro i limiti del buon gusto e della misura) sulla tradizione locale, assurgendo al ruolo di “padrino” del rock persiano in compagna del fratello Kamran, anch’egli chitarrista. Accadeva per tramite di una di una mistura di chitarre sinuose e organi imperiosi, d’atmosfere qui mistico-epiche e là prossime al funk, di melodie che inevitabilmente restituiscono l’aria di casa. Impasto stuzzicante che la registrazione piuttosto sporca (trattasi spesso di materiale prelevato da cassette…) non inficia; che, se non vale quanto prodotto da un altro mostro sacro mediorientale come il turco Erkin Koray, nondimeno si regge in piedi benissimo a prescindere dall’effetto sorpresa esercitato sulla (distorta) percezione di noi occidentali. Talento sincero, Kourosh ha inoltre dovuto affrontare non poche avversità per poter incidere quanto sfila qui, e anche per questo sarebbe da premiare con il vostro interesse.

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