Recensioni

6.8

Un viaggio interstellare, quello dei Korto, a metà strada fra pesantezza acida, noise e space rock, che cerca timidamente il suo posto di fianco alla produzione di band come, ad esempio, King Gizzard And The Lizard Wizard, Föllakzoid e Monkey3. Nel loro primo album omonimo confluiscono disparate influenze: il krautrock dei Neu!, innanzitutto, e poi anche gli Hawkwind, i Motorpsycho, così come anche il post-punk dei The Ex e lo shoegaze, miscelati e ben dosati lungo i sette brani dell’album, per un ascolto che certo non brilla per originalità, ma riesce ad essere accattivante e molto piacevole. Pezzi svelti, agili, veloci, a volte roboanti, e per questo motivo echeggianti le assolate ed aride strade di certo stoner rock.

Si potrebbero sciorinare innumerevoli altri nomi, generi, correnti e suoni (i Nostri citano nella loro breve bio persino i The Young Gods e Fela Kuti, giusto per non farsi mancare nulla) e tutti potrebbero risultare azzeccatissimi, per il semplice fatto che il gruppo prende un po’ di qua e un po’ di là, lavorando di ricamo su ogni singolo brano e dimostrando di aver imparato perfettamente la lezione di tutte le band sopramenzionate. Quello che è certo è che i Korto riescono a far trasparire da ogni singola nota o ritmo un amore incondizionato per le sonorità psichedeliche, a loro volta cariche di un groove trascinante sommerso da riverberi, echi e loop, e capace di far muovere non solo la mente ma anche il corpo, per un’esperienza da trip che vorrebbe essere quanto più possibile totale.

Che le intenzioni dei francesi siano delle più “sincere” lo si intuisce immediatamente sin dall’iniziale Hot Rock, introdotta da un arpeggio in puro stile post-rock – influenza, questa, che circolerà sottotraccia un po’ per tutto il disco – per poi esplodere improvvisamente in una cavalcata motorik dove a spiccare, più che il riff di chitarra, semplice ed efficace, è il suo suono moderatamente acido riverberato negli accordi più aperti. Lungo l’intero album, lo strumento suonato da Marius Mermet si scontra a volte con la sezione ritmica di Clément Baltassat al basso e Léo Moriaud alla batteria, creando un contrasto in cui le frequenze più basse squarciano e punteggiano il wall of sound della chitarra; altre volte si espande talmente tanto da divenire quasi impalpabile, aereo, avvolgendo il resto degli strumenti. I Korto proseguono così, attraverso questo contrasto di atmosfere e di colori, fra il bianco quasi accecante delle chitarre e il nero profondo degli altri due stumenti. Non mancano però i momenti in cui questa commistione non dà i risultati sperati, come ad esempio Track 2 e Denzzzl, tracce che palesano il difetto maggiore dell’album, ovvero l’essere a volte troppo didascalico, eccedendo in un formalismo che intrappola il gusto melodico e soprattutto l’energia di cui è portatore il gruppo. I colpi migliori vengono sparati soprattutto alla fine, con il terzetto composto da A40, quasi una versione cosmica dei Queens Of The Stone Age con piccoli e fulminei giochi ritmici ad aggiungere più varietà, la più stoner-oriented Dollonde, inframmezzata da un gustoso stacco di chitarra acustica, e la conclusiva , otto minuti in cui il gruppo fa un po’ un riassunto del disco concedendosi nel finale anche un’ultima corsa a rotta di collo dagli echi noise.

Lì dove non arriva l’originalità, pensa l’energia a reggere il tutto, lì dove si palesa una certa ripetitività controbilancia il groove, lì dove si percepisce ancora una scrittura acerba compensa l’ispirazione. Gli otto quadretti sonici imbastiti dai Korto dimostrano le tutto sommato buone capacità della band; i margini di miglioramento sono ampi e certo promettenti, e se i ragazzi persevereranno nel loro trip allora se ne vedranno delle belle.

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