Recensioni

La domanda per chi si è scollato nel tempo dalle evoluzioni dei californiani – per capirci, chi li ha seguiti da vicino agli inizi e li ha un po’ persi un po’ di vista nel corso degli anni – poteva anche essere… ma un disco dei Korn nel 2022? Che i cinque di Bakersfield si dimostrassero più longevi di molti loro discepoli, epigoni e compagni (a parte qualche raro caso, o unico caso benché clamoroso tipo i Deftones…) era prevedibile. Non c’è poi tanto da discutere sui meriti storici dei capiscuola di una certa tendenza metal (postmetal per alcuni), per come da un mix di ispirazioni diverse hanno avuto la capacità di cucire a propria immagine un suono che è servito da input per tantissime derive – più o meno interessanti e più o meno presentabili, e qui si aprirebbe un discorso annoso… – finendo per originare un intero filone musicale. Più che lecito è sollevare qualche dubbio sul prosieguo di carriera non proprio all’altezza di esordi a loro modo epocali.
Ora, quanto può valere essere durati oltre la data di scadenza piuttosto breve della propria corrente musicale, dipende naturalmente dall’opinione che si ha del famigerato nu metal. Ma se la tensione feroce e la novità impetuosa di quei primi dischi dei Korn e soprattutto del primo (uscito ormai quasi trent’anni fa… era il 1994) sono un dato incontestabile (e innarrivabile), negli ultimi dieci-quindici anni Jonathan Davis e soci di fronte a oggettive difficoltà – e fisiologici cali di ispirazione – hanno cercato come potevano di tenere il filo di quella rabbia sincopata e di dare comunque l’idea di una progressione del loro sound ancora presente e in essere.
Hanno tentato in molti modi di dare nuova linfa a una formula tanto spropositatamente iconica quanto soggetta a usura com’è nell’ordine naturale delle cose: ora con aperture radicali e mosse a sorpresa (la collaborazione con Skrillex), ora con ritorni alle origini o ripartenze da diversi punti della loro carriera (The Paradigm Shift, per esempio, si ispirava – per bocca degli stessi interessati tra cui il ritrovato chitarrista Head – alle evoluzioni stilistiche del gruppo a cavallo dei due millenni, da Follow the Leader a Untouchables). Il tutto con risultati altalenanti – per non essere troppo severi – anche perché tra l’uscita di scena del primo batterista, David Silveria, le folgorazioni cristiane con dimissioni dalla band e ritorno da figliol prodigo di Head, e la recente pausa – intorno a cui sembra esserci come un velo di riservatezza e di mistero – del bassista storico della formazione, Fieldy, gli slittamenti di line-up non potevano non lasciare qualche strascico anche a livello musicale.
L’idea che vorrebbe dare Requiem, per finirla con tutto lo spiegone, è di un gruppo che dopo quattordici dischi ha, oltre al ruolo da rivendicare con orgoglio, ancora qualcosa di nuovo da dire. Se sul primo terreno la partita era già vinta in partenza, sul secondo si va di poco anche se apprezzabilmente oltre un onorevole pareggio. Il disco è compatto e omogeneo e si ha raramente la sensazione che il gruppo si incarti su se stesso o giri a vuoto (come succedeva in qualche prova più opaca dell’ultima parte di carriera; The Serenity of Suffering o The Nothing, per il sottoscritto). Un lavoro segnato sicuramente dal lockdown, dal clima della pandemia da coronavirus, che da un lato ha colpito direttamente Jon Davis in forma tutt’altro che lieve (il testo di Start the Healing sembra ricollegarsi proprio a questo, anche se può avere benissimo un’interpretazione più astratta e mentale), dall’altro ha stoppato i concerti e permesso al gruppo di lavorare con più tempo a disposizione e la possibilità di fare più esperimenti in studio.
I brani che già avevano fatto da antipasto, Forgotten e Start the Healing, anche nel loro essere rivisitazioni dei Korn classici, tutto sommato pregevoli (giusto con una punta di pop in più), mostravano un imprinting che esce più allo scoperto altrove, per esempio in Let the Dark Do the Rest (al momento il nostro brano preferito). Parliamo di un taglio melodico e spacey operato con elementi – per i Korn – non certo inediti come le tastiere, giostrate però con sufficiente focus e intelligenza per muoversi intorno a uno stile definito e inquadrarlo da una prospettiva un po’ più insolita e intrigante: tastiere e synth rinforzano passaggi armonici (vengono in mente chissà perché i Fear Factory) e ossigenano le melodie anche quando hanno il destino segnato, cioè tuffarsi a capofitto nella ribattuta del riffone di chitarra o infrangersi dentro il chorus con il vocione superheavy («you make me siiiiickkkkk»), sorta di firma psico-drammatica oltre che musicale.
Le atmosfere cupe e claustrofobiche del complesso si liberano quindi verso una certa grandeur quasi orchestrale (Disconnect), una forma di ballad psichedelica (Hopeless and Beaten) che sembra strizzare l’occhio, perché no, proprio ai Deftones di cui si discuteva prima, o echi di new wave (in Penance to Sorrow) che se non sono tutta farina del sacco di Jon Davis saranno sicuramente stati graditissimi al cantante, appassionato da sempre di new romantic e similia (oltre che componente del gruppo con l’educazione musicale più ricca e variegata e i gusti probabilmente più eclettici).
Non saranno risultati così eclatanti ma sono molto meno scontati di quello che sembra (e di quello che si poteva temere, pur riconoscendo a questo gruppo di veterani, ormai classici del metal, tutte le attenuanti possibili), l’album scorre senza grosse pecche e le sensazioni che lascia sono per lo più convincenti, raccontando di un suono che sa essere ancora vivo e stimolante.
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