Recensioni
Kneecap live a Bologna
Rave, militanza e hip hop incendiario
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Edoardo Bridda
- 17 Giugno 2026

Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí, in arte Kneecap, arrivano per la prima volta in Italia con già alle spalle una certa fama. Un hype che ha attirato nelle prime due date del loro primo mini tour italiano, Milano prima e Bologna poi, un nutrito pubblico di entusiasti, spiriti politicamente affini e genuini fan del trio che una Killing In The Name non l’hanno ancora incisa, ma possono già vantare una buona manciata di brani dall’appeal trasversale e una crescita evidente tra il primo e il secondo album, Fine Art e Fenian.
Spicca Better Way To Live, il singolo con il feat. di Grian Chatten (che canta il ritornello), riproposto anche in video durante il live. Il pezzo viene suonato in apertura ed è probabilmente il momento più pop di un repertorio che viaggia incazzoso e belligerante nella tradizione dei Public Enemy, Wu-Tang Clan e Onyx, ma con toni più ironici, dissacranti e goliardici, spezzati da siparietti rave con synth e basi frammentate (anche drum’n’bass) che riportano ai gloriosi anni ’90.

Con gli Sleaford Mods condividono l’approccio provocatorio e proletario, mentre con Slowthai il linguaggio crudo e la beffardaggine, ma si tratta di riferimenti laterali: Mo Chara e Móglaí Bap (con Próvaí in funzione di rinforzo) sono rapper solidi, incazzosi e serrati, con uno zoccolo duro chiaramente old school e un’attitudine che attinge tanto dall’hip hop delle origini quanto dalla tradizione grime britannica. Molte barre vengono sottolineate e raddoppiate in coro a intervalli regolari, per massimizzare l’effetto collettivo e combattivo.
Per la sola proposta musicale, il trio intercetta quella (minoritaria) fetta di pubblico italiano che nell’hip hop cerca i fondamenti americani, ma che qui trova invece un’audience più ampia e trasversale, sia per età (ci sono i giovani ma anche i loro genitori) sia per tribù di appartenenza. Streetwear e baggy style restano il dresscode dominante, ma sotto la bandiera dai colori panarabi si riconoscono (e ci riconosciamo) tutti.

Ancor più degli amici e conterranei Fontaines D.C., i Kneecap hanno fatto dell’impegno una componente strutturale del progetto: all’inizio del live uno schermo nero mostra alcuni dati sulle incalcolabili perdite subite dal popolo palestinese e, nel corso del set, non mancano invettive anti-britanniche e momenti di forte connotazione politica. A chiusura viene anche riproposta una versione di Bella Ciao, lo stesso inno che a Milano aveva già accolto il trio, cantato dal pubblico.
L’equazione, in questo senso, è esplicita: Irlanda e Palestina condividono una storia di colonialismo, dominazione esterna e partizione territoriale, letta nel loro immaginario come una lotta per l’autodeterminazione dei popoli e contro una forma di occupazione.

Accanto alla dimensione strettamente musicale — che loro stessi definiscono una platform — si affianca un’azione politica che esce dal palco e si concretizza anche nella chiamata di figure militanti. A Bologna, ad esempio, viene fatto salire sul palco il politico e attivista Jose Nivoi del CALP, che interviene sul blocco con cui i portuali intendono fermare le armi dirette in Israele.
Lo si è capito: con i Kneecap si finisce quasi sempre per parlare del contesto. Mo Chara ha rischiato di finire in carcere, Keir Starmer li ha definiti “not appropriate”, John Lydon li ha presi di mira definendoli suoi nemici giurati (“they need a bloody good kneecapping”). E a calcare la mano ci hanno pensato loro stessi con l’imprescindibile e dissacrante film omonimo, una autofiction volutamente esagerata e attraversata da droghe e caos, che richiama da vicino Trainspotting ma ne ribalta la prospettiva in chiave origin story: il racconto della genesi di un trio che, tra scontri, risse e sballi, si afferma attraverso il rap come atto di presenza e rivendicazione.
Ed è un po’ quello che succede sul palco: luci stroboscopiche, laser rossi e bianchi, l’onnipresente logo della balaclava fanno da sfondo alle scorribande di questi tre lowlife scum che si agitano sul palco, allargando le braccia, aizzando il pubblico e godendosi lo spettacolo anche sotto palco durante gli intermezzi strumentali, perfetti per un rave clandestino.
Non ci sono veri pezzi da singalong, pochi conoscono davvero gli incisi, ma va benissimo così: volumi e energia bastano a trasformare il concerto in una festa da cui è difficile uscire senza sentirsi pienamente soddisfatti.
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