Recensioni

È un ritorno ambizioso, complesso, quello dei veneti Kleinkief. La band, attiva dal 1997 e con già quattro dischi alle spalle, negli anni ha avuto modo di sondare diverse declinazioni di un rock ora più scuro e crepuscolare, ora più art o pop. Tenendo conto di questa discografia, Fukushima serve un po’ a mettere un punto, a raccogliere i frutti di intuizioni, sperimentazioni ed esperimenti diffusi in questi anni, in una sorta di concept che si esprime in 44 minuti divisi in sei brani.
La suite d’apertura Grattacieli – con richiami ai più essenziali e poetici Marlene Kuntz e i condivisi riferimenti noise – e la conclusiva Fukushima – tra campanellini, rumori e note lontane – fanno da cornice ideale a questo lungo flusso alchemico di immagini e pensieri. Nel mezzo, un disco che si muove tra una psichedelia surreale, arrangiamenti progressive e una tensione sempre sul punto di sfumare tra l’onirico e il grottesco. Un microcosmo fatto di ricchi arrangiamenti che, al netto di chitarre possenti, non disdegna essenziali linee melodiche, quasi a fare da guida nell’oscurità tenebrosa e un po’ lynchiana che il sestetto (con l’aggiunta di Elena Vianello alle voci) è abile a ricreare. Una tensione emotiva che sembra sempre sul punto di esplodere in tutta la sua violenza e che in maniera ancora più imperscrutabile si perde tra lunghi silenzi, sussurri, voci o note appena afferrabili di synth. La voce costante, spesso parlata, di Thomas Zane, è solo uno degli elementi stranianti, fugaci e ossessivi, e anche nei momenti più prossimi ad una forma canzone spigolosa ed arcigna (Il regno, I dannati) i Nostri puntano a ricreare un velo orrorifico, cupo e apocalittico.
Un ascolto non semplice, che merita grande attenzione per il lavoro di studiata costruzione che si porta dietro nell’andare a ricreare atmosfere mai banali anche attraverso una strumentazione estremamente varia, e nell’orchestrare questa abbondanza in maniera calibrata e funzionale. Un suono che probabilmente, con qualche smussatura in più, avrebbe potuto puntare ancora più in alto.
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