Recensioni

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Non abbiamo compreso bene cosa sia successo ad Adam Bainbridge in arte Kindness dal 2014, ovvero dall’anno del suo secondo album (Otherness), allo scorso aprile, mese che ha segnato il suo ritorno discografico con il singolo Lost Without, un pezzo scritto a quattro mani con l’amica di lunga data Kelela che lo vedeva riprendere il lato più house della sua produzione all’altezza di un debutto, World, You Need a Change of Mind, che nel 2012 vantava la co-produzione di Philippe Zdar. In quel gap possiamo immaginare che Bainbridge si sia dedicato a tempo pieno alla produzione. Il suo nome è comparso infatti nei crediti di dischi importanti, tutti firmati da musicisti/amici come Robyn (per il suo ritorno Honey), Solange (A Seat at the Table) e naturalmente Dev Hynes, in arte Blood Orange, personaggio quest’ultimo con il quale il Nostro ha un lungo trascorso amicale e professionale.

E proprio con Hynes ci venivano i paralleli più interessanti ai tempi del sopracitato Otherness, appunto perché per entrambi come per il cerchio più allargato di musicisti che comprendeva le sopracitate Kelela e Solange (ma anche una Sky Ferreira), valeva il medesimo inquadramento. All’interno di quel giro di talenti Adam e Devonte ci sembrarono i migliori autori di quel che loro stessi chiamavano “pop”, un colto artigianato di tradizioni afroamericane (in primis r’n’b e jazz) arrotondate ai fianchi e delicate nelle movenze, al riparo (benché sul filo) dalla stucchevolezza e in un consapevole dialogo con la fluidità di genere. La loro proposta era un perfetto complemento all’hyper soul di Caribou, e alle rainy day di James Blake, senz’altro un’ottima alternativa, da salotto buono, al più elettronico e danzereccio giro di amiconi formato appunto da Dan Snaith, Four Tet e Floating Points.

Di Hynes dicevamo quest’anno in sede di recensione, mentre qui ci ritroviamo ad avanzare per entrambi le medesime critiche: eleganza e maniera sono scivolate alle porte dell’arcadia. In particolare per il marchio Kindness, a fronte del notevole impegno profuso (a livello di costruzione dei pezzi, d’arrangiamento, strumentazione estesa ecc.) e complice la lunga pausa, i difetti del nuovo lavoro saltano ancor di più all’orecchio (confermando magari le tesi dei detrattori USA).

Trainato da una calorosa house in bassa battuta, questo Something Like A War è tanto ricco di rimandi e influenze black (a cui si aggiungono ora anche quelle africane) quanto imbalsamato e confuso nel suo insieme. Troppi gli stacchi, troppi i cori (messi a segnaposto più che a rinforzo), troppi gli interludi (a promettere brani più concisi che puntualmente non arrivano). A mancare in pratica è la polpa, ovvero una scrittura che si discosti dai cliché dei generi e degli stili messi in campo, ma anche l’urgenza, tanto che troppo spesso i testi sembrano pretesti per arrangiamenti che comunque non risultano abbastanza protagonisti e questo magari perché vorrebbero prestarsi al servizio di quest’ultimi con l’ovvio stallo che ne consegue.

A fine ascolto si salva poco. La tracklist, che funziona come una passerella, vede un Bainbridge a dirigere le fila da lontano oppure autorelegatosi ai cori (Who You Give Your Heart To), ad intervenire con fraseggi sempre troppo brevi e poco incisivi (Dream Falls). Quando arriva Robyn (nella confessionale The Warning) per un momento sembra che le cose finalmente quadrino, il testo c’è e finalmente il tono canoro è quello di chi ha qualcosa da comunicare. Nulla di stratosferico ma l’assenza di quel qualcosa ritorna vieppiù evidente nelle tracce conclusive a conferma di quanto già detto. Occasione sprecata.

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