Recensioni

Più che un disco potremmo definire Until… un’istantanea di Seattle a metà anni novanta, quando la candela del grunge irradia le sue ultime luci e un’ondata migratoria di musicisti provenienti dall’Australia, vuoi per scommessa, vuoi per amore (Stu Spasm dei Lubricated Goat sposa Kat Bjelland delle Babes In Toyland), si insedia in città. Capita che una delle band più rappresentative del periodo debba arrendersi alle crisi di personalità di uno dei componenti e decida di arruolare un nuovo arrivo. Siamo nel 1995 e i Mudhoney, momentaneamente orfani di Steve Turner, chiamano nelle file Kim Salmon, autentico cult hero della scena aussie rock che a partire dai suoi Scientists ha sperimentato e sezionato ogni derivazione del suono dal sapore punk blues e noise. Turner ritroverà presto la bussola, rendendo l’incontro con Kim una piccola parentesi soppiantata dall’album My Brother The Cow in uscita qualche mese dopo e dal nuovo progetto di Salmon con i Surrealists.
A testimonianza di quella breve unione ci sono ora sei brani riuniti in un lp dalla Bang Records, etichetta basca dedita esclusivamente al rock’n’roll di matrice australiana. Una jam session di poco più di quindici minuti, in cui le chitarre di Mark Arm e Salmon si rincorrono e legano senza mai fondersi del tutto ma stabilendo un punto di contatto nella maturità di arrangiamenti con una linea melodica che perde in durezza ma non d’impatto. Se in brani come You’re So Bad e I Wanna Be Everything scorrono le vene creative dei Mudhoney, la conclusiva The Goose è un lento e strisciante delirio distorto in cui è la mano di Salmon a farla da padrone. Until… è il carpe diem per difetto, ha il pregio di confermarci il peso di due personaggi che dagli anni ottanta, da una parte e dall’altra del Pacifico, hanno creato musica seminale per l’ultima rivoluzione del rock ma uniti sono due generali che combattono con la stessa strategia: non si arriva ad una vittoria.
E’ quello che sanno fare meglio, lo fanno dannatamente bene e mai separazione sarà più giusta, sia se a metà anni novanta avete consumato il già citato My Brother The Cow, sia se le vostre orecchie erano ipnotizzate da Hit Me With The Surrealistic Feel.
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