Recensioni

Il vuoto che la compianta Amy Winehouse ha lasciato dopo la sua morte ha purtroppo generato un esercito di cloni soul/r&b difficilmente paragonabili al suo talento, anche se non al suo successo: basti pensare all’esplosione commerciale di Adele, (forse) l’unica vera erede rimasta a raccogliere il testimone o ad una Joss Stone ormai lontana dalla classe dell’esordio, ma non dalle classifiche. Così, in quest’epoca in cui basta una spintarella da parte dei social per vedersi proiettati presto e bene nello spietato universo musicale, la newyorchese Kendra Morris si mette in fila per candidarsi come nuova singer/songwriter in materia soul, con l’aiuto di una produzione indie-furbetta pronta a mascherare eventuali velleità mainstream.
L’album d’esordio Banshee – uscito in patria già nel 2011 e riproposto a quasi tre anni di distanza anche da noi – è dunque il biglietto da visita di un’aspirante pop-star travestita da autrice delle proprie canzoni. Un disco che prende come punto di partenza quelle sonorità black e seventies – le stesse che avevano fatto la fortuna della Winehouse – abbinandole ad una voce potente, discreta nell’interpretazione ma carente nella credibilità. Non mancano alcuni buoni episodi: ad esempio nei costrutti retro-soul di Pow e Right Now, in cui aleggia il fantasma di Amy, o nelle languide atmofere disco di If You Didn’t Go, perfette per una febbre da sabato sera in anni Zero che cita tanto i Bee Gees quanto le Supremes. La trappola arriva quando l’amabile Kendra si sposta nei paludosi meandri del pop da classifica, come dimostra il singolone Concrete Waves: date un’occhiata al video e troverete una simil Kesha in abbigliamenti woodstockiani, che cerca di convertire le influenze black all’oggi. Il risultato è un’orecchiabilità nineties non in grado di tenere il passo con i tempi, un pezzo che finisce per sembrare uno scarto perso per strada dalle Destiny’s Child o – peggio – un malriuscito duetto tra Brandy & Monica. A concludere, una bonus track che è niente meno che la cover di Shine On You Crazy Diamond, in cui l’arrangiamento, praticamente uguale all’originale, è stato arricchito (!) da un’interpretazione gospel.
A fine ascolto l’impressione inevitabile è quella di aver di fronte un’altra stelletta delle classifiche USA, una meteora bionda di cui è difficile stabilire il tempo di durata. Potremmo chiosare dicendo che, oltreoceano, c’è sempre bisogno di prodotti in cui l’appeal radiofonico funzioni meglio della dignità artistica. Il futuro è probabilmente roseo per Kendra Morris, quindi statene certi, sentiremo parlare ancora di lei. La domanda è: ce n’era davvero bisogno?
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