Recensioni

Una nuova direzione sonora per il progetto Keaton che, dopo gli esordi a base di indie-pop fresco e solare, prende la strada dell’elettronica più ipnotica a metà tra forma canzone e velleità dancefloor. Il trio bolognese, composto da Hyppo, Carota (Lo Stato Sociale) e Salva, arriva con il primo album a cinque anni di distanza dall’EP uscito sotto l’alias, Bastard Keaton. Da quel momento i cambiamenti nelle logiche del gruppo e nelle scelte sonore sono stati evidenti: i Nostri si sono dedicati a remix di brani usciti su Garrincha Dischi, hanno remixato in chiave tech-house i Monty Python, hanno ri-arrangiato pezzi del pop mainstream come quelli firmati da Rag’n’Bone Man o Aloe Black.
In Keaton, il gusto per melodie sintetiche tendenti al dream-pop si mischia a viaggi su cassa dritta e beat rallentati. L’intenzione sembra precisa: creare un prodotto, insieme ad un live (dimensione che i tre affermano di prediligere), che possa ibridare il clubbing e l’ascolto, sotto il comune denominatore delle atmosfere sognanti. Can You Do It si muove nel primo ambito, volando sui BPM della tech-house con barriti di synth a là Ten Walls e atmosfere oniriche, 33 Trees la segue mettendoci più cuore e sentimento con una cavalcata in stile Moderat intervallata da intensi vocals e aperture orchestrali, mentre Night Shift è pura techno berlinese con un bel gusto per la melodia. Stare, invece, è l’episodio più riuscito (il basso rapisce allo stomaco, le melodie plastiche liberano l’immaginazione, la parte cantata risulta ben strutturata ed incastrata) ed emblematico dell’unione tra elettronica virata deep-house e forma canzone che rimanda ai Bob Moses. In Not With You la formula è simile, ma viene chiamata al microfono Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista che ben figura con i suoi acuti su synth in progressione. Risultano forse un po’ scontati i momenti ispirati all’electro-clash dei primi Duemila: Profusion ammicca ai Daft Punk ma non sconvolge, Runfred suona come un bozzetto mai concluso.
Nel complesso, però, Keaton è un lavoro interessante che, quando non lo propone, estrae il ritmo della cassa tech-house dalla dimensione dancefloor e lo immerge in una palette sonora più aperta alla canzone. Un’altra conferma dello stato di forma dell’elettronica italiana.
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