Recensioni

A tre anni dalla sua ultima prova solista, This Dream of Life, e a cinque da quella ancora precedente, Pass Through Here, Kath Bloom torna in pista con questa nuova opera lunga, a ulteriore conferma che la sua carriera discografica ora prosegue spedita, dopo lo stop autoimposto risalente alla metà degli anni ’80 (fino ad allora, una decina di album realizzati in tandem con il musicista sperimentale Loren Mazzacane) e che per una quindicina d’anni l’aveva tenuta lontana dalle scene prima di tornare con la raccolta Come Here: The Florida Years (e Come Here era anche il titolo della canzone con cui la cantautrice del Connecticut partecipò alla colonna sonora del film di Richard Linklater del 1995 Before Sunrise) e poi ritirarsi ad altri nove anni di silenzio.
Insomma, una parabola caratterizzata da vari stop&go, quella della Bloom, ma che dal 2008 ha finalmente ricominciato a marciare spedita in versione solista, regalandoci alcuni lavori a dir poco egregi. Come questo Bye Bye These Are the Days, realizzato con l’ausilio del chitarrista David Shapiro e della percussionista Flow Ness.
Dieci tracce acustiche caratterizzate da un piglio morbido, delicato, dove a emergere è un songwriting eccellente interpretato dall’ugola vissuta e consumata – e per questo irresistibile – della Nostra; voce inconfondibile accompagnata dai delicati contrappunti di una chitarra acustica mai invadente e una sezione ritmica che si limita a sottolineare lo scorrere dei pezzi con un soffice drumming caratterizzato da felpati rintocchi di bongos.
Un disco fuori dal tempo: voce e armonica la fanno da padroni, costruendo arie dalle reminiscenze country/folk/blues che possono sembrare antiquate nel 2020, eppure fanno ancora la loro porca figura. A testimonianza che non è il seguire mode e tendenze la chiave per realizzare opere durature, specialmente se, come nel caso in oggetto, il tutto ribolle di prorompenti urgenza e vitalità, quel senso di velocità e perenne movimento a dispetto dell’afflato apparentemente statico e ristagnante, che possono trovare sbocchi in una Blinded, la bella opening track nonché singolo di lancio, o anche nella splendida Leaving Things, caratterizzata da un ritornello a dir poco magnetico; e specialmente se alcuni passaggi sembrano perfetti per l’America così drammaticamente polarizzata di oggi (o di sempre?) offrendo anche soluzioni efficaci, benché – ahinoi! – utopiche nella loro elementarità («You be northern, I’ll be southern / Maybe we can meet in the middle», recita il testo di Let’s Get Going). Ma dall’alto della sua esperienza, e soprattutto della sua bravura, la Bloom può permetterselo, di essere naïf.
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