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7.3

Modern Yesterdays è il nono album di Kaki King e arriva a un lustro di distanza da The Neck Is A Bridge To The Body, che era poi la registrazione dell’omonimo show di projection mapping portato in giro per il mondo, una tecnica sperimentale di videoproiezione che consente di trasformare la superficie di un oggetto – nel caso specifico, una chitarra acustica di resina bianca creata appositamente per la compositrice statunitense – in uno schermo su cui trasporre proiezioni realizzate partendo dalle stesse caratteristiche geometriche della superficie in questione. Uno show per certi versi stupefacente che dimostrava come la “dimensione concerto” potesse essere, volendo, ancora tutta da inventare, o quantomeno rinnovare.

Tristemente amaro che Modern Yesterdays esca in giorni in cui ai concerti dal vivo ci stiamo giocoforza disabituando, arresi al distanziamento sociale. Il titolo Modern Yesterdays sta a rappresentare proprio la distopia che stiamo vivendo, quando il futuro sembra alle spalle e il passato è idealizzato come l’unica porta temporale da tornare a imboccare per andare avanti. Kaki King, per consolare gli ascoltatori, torna a fare ciò che sa fare meglio: un disco di chitarra, in prevalenza acustica, ed è bizzarro perché l’insieme risulta a suo modo avveniristico, coprodotto con la sound designer Chloe Alexandra Thompson e l’ingegnere del suono Arjan Miranda. Un disco del tutto strumentale, visto che gli esperimenti alla voce di Junior sono ormai lontani, che spazia dalla musica post-classica alle influenze indie, da una visione del folk in chiave contemporanea ad accenni jazz, spingendo anche maggiormente in ottica elettronica.

I titoli dei brani, undici, sono spesso, come al solito, impressionistici: meravigliosi, Can’t Touch This Or That Or You Or My Face e Forms Of Light And Death, quest’ultimo arrangiato con l’islandese Úlfur Hansson e unico episodio in scaletta basato su corde elettriche, a leggerli e soprattutto ad ascoltarli. Tra accelerazioni ritmiche in fuga chissà verso dove (Default Shell) e una delicatezza a tratti quasi mistica (Teek, con Ralph Farris del quartetto d’archi Ethel alla viola), una spiccata propensione verso la sperimentazione (Rhythmic Tiny Sand Ball Patterns, Puzzle Me-You) e l’abilità nel maneggiare melodie minimaliste da grande colonna sonora esistenziale (Final State), senza alcun compromesso per risultare più accessibile, Kaki King – ispirata tanto in fase di scrittura quanto, inutile ribadirlo, in quella di esecuzione, tecnica eppure estremamente “immaginativa” – ci porta via, ed è quanto di meglio potessimo chiedere.

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