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Non solo un lavoro dove l’introspezione e la memoria sono fondamentali per un tuffo riparatore nelle acque tormentate del passato. The Quanta Series, il primo album di K Á R Y Y N – compositrice di origini armene e siriane, di base a Los Angeles – è un album che mette in luce una voce cristallina e catartica, immersa in uno scenario sonoro che guarda all’avant-pop. Nel suo curriculum, musiche per film, videogiochi e un progetto multimediale diretto da Smantha Shay ispirato dalla mentore di lei Marina Abramović (Of Light) e frequentazioni di classi tenute da Pauline Oliveros.

Il contesto è quello dell’Utopia di Björk – che ha proprio definito l’artista di origini armene sua fonte di ispirazione nel periodo di presentazione a Reykjavik del succitato progetto – e della discografia di Fka Twigs, in particolare quella prodotta da Arca. Il filone rimanda dunque a quell’elettronica hi-tech che flirta con vocalità neo soul e art pop (Sevdaliza, per dirne una, ma anche Lafawndah e molte altre). Non una novità di per sé e neppure un disco che cambierà le carte in tavola, eppure un lavoro ugualmente importante, che possiede gli elementi giusti per rapire l’ascoltatore, stimolarne immaginazione, lasciarlo a bocca aperta.

Merito soprattutto, come si diceva, dell’ottimo uso della voce da parte della cantautrice, che si sposa alla perfezione con forme e contenuti dei testi e con le cuciture sonore. Accade sin dall’apertura, Fever, che cattura l’attenzione per i toni evocativi, mai pomposi, ma anche per contenuto e urgenza comunicativa. È a tratti struggente la ballad Today, I Read Your Life Story, un pianto etereo in una selva nebulosa. In Purgatory, la Nostra racconta una storia pescata dalla sua infanzia: lei e la sorella passano dal vagabondare dalle parti dell’hotel e ristorante di famiglia, nella città siriana di Idlib, a perdersi tra le montagne, con lo zio, in un secondo momento, a liberarle in un pertugio. L’episodio, il superamento di una situazione di difficoltà, diventa per l’autrice il pretesto per affermare quanto la vulnerabilità e le paure siano sempre in agguato, anche quando si cresce, con la sua voce, limpida e dosata su un caldo tappeto di organi, a farsi evocativa negli acuti, trasmettendo così sensazioni che oscillano da una tiepida serenità e una velata tensione. Anche in Aleppo le sue corde vocali seguono diverse tonalità, distorte e filtrate da effetti in un paesaggio di suoni freddi e puntigliosi. Il brano, come si evince dal titolo, è incentrato sull’omonima città siriana, falcidiata dal conflitto. Ma il ritratto assume particolarità perché filtrato dalla memoria, dai ricordi, sbiaditi e vividi, di quando la Nostra visitava la città da piccola con la famiglia.

Gioca con le parole e la semantica K Á R Y Y N, come quando in Binary, tra synth angelici e scenari tesi, si riferisce alla lingua come elemento di sensualità ma anche come atto di comunicazione. In chiusura, segment & the line, in un altro gioco metaforico, il segmento è il passato – finito e definito – mentre la linea rappresenta il presente, il termine positivo di un percorso di risoluzione, ma anche una porta continua, infinita, verso il futuro.

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