Recensioni

La maledizione del teen idol sembra quasi un format. La celebrità precoce, spesso imposta da un sistema che brucia molto velocemente qualsiasi cosa possa essere capitalizzabile, lascia dietro di sé scie di fragilità, burnout e crisi identitarie. Justin Bieber in tal senso è probabilmente l’ultimo esempio occidentale di isteria globale prima dell’egemonia K-Pop, che ripropone – in altre forme – lo stesso meccanismo.
Dopo anni di scandali e tensioni – risse con paparazzi, la rottura con Scooter Braun, vecchie accuse riemerse (vedi la vechia amicizia rinfacciata dai più con Diddy), i rapporti turbolenti con l’industria – Bieber torna con Swag, settimo album in studio uscito l’11 luglio 2025 (seguito da un’edizione bonus a settembre). Un progetto confuso e autobiografico, che tenta di mettere ordine nel suo disordine in una forma nuova, almeno per il diretto interessato.
La cesura con il passato c’è, ed è anche netta. Se Justice rappresentava il volto levigato del pop algoritmico, studiato per competere con la leggerezza caleidoscopica di Harry Styles, Swag si muove invece in territori più inquieti e irregolari fatti di contemporary r’n’b, soul minimale e accenni lo-fi, ma sempre con una patina pop accessibile. L’approccio non proprio lineare ricorda, anche se in modo differente, Anti di Rihanna, altro disco nato dopo un addio importante (in quel caso alla Def Jam).
Eppure, la liberazione artistica di Bieber appare ancora incompleta. Le 21 tracce del disco, spesso interrotte da interludi di dubbia utilità, offrono sì intuizioni di buona fattura, ma anche ampie zone d’ombra e brani trascurabili. Pezzi come Yukon e Devotion (in collaborazione con Dijon) rivelano un approccio più maturo, mentre il raffinato pattern di batteria di Too Long, il lavoro sulle voci stratificate di Butterflies e le atmosfere in chiave tributo a Michael Jackson di All I Can Take testimoniano un livello produttivo notevole, capace di salvare la baracca e di compensare un songwriting che, pur mostrando spunti interessanti, risulta spesso incerto, frammentario e bisognoso di maggiore coesione. Un canovaccio che si ripete anche nella bonus Swag II, in cui si impossessa di validissimi tappeti sonori – vedi il disegno d’archi nella vivace Love song o il mood alla Timbarlake di Oh Man – senza però trovare una direzione netta.
Si perché va bene l’avvicinamento alla black music, va bene il tentativo di evocare l’intensità erotica e sensuale di D’Angelo o riprodurre la ruvida patina di Jai Paul. Ma se alla forma manca la sostanza, ciò che resta è soltanto un esperimento che si disperde in un’estetica senza direzione. Per la libertà espressiva — quella autentica — si dovrà ancora attendere.
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