Recensioni

A distanza di otto anni da Woman, i Justice tornano con l’album Hyperdrama. Gaspard Augé e Xavier de Rosnay, parigini, seconda generazione french touch, quella pesantemente deviata electroclash, godono della giusta stima che si deve loro dopo un debutto importante per hype e vendite – nello spazio di un paio d’anni, escono il remix di Never Be Alone dei Simian e l’album Cross – e, proprio come nel 2007 prima dell’uscita del primo attesissimo album, anche quest’anno i nostri presentano il nuovo disco a Coachella.
Cross, esordio che è anche il prodotto Justice più riuscito, in qualche passaggio lasciava presagire quello che poi i nostri replicheranno in modo molto più marcato negli album successivi, cioè la tendenza alle citazioni didascaliche, più o meno ispirate. Il lavoro è comunque degno di nota, estremamente rilevante per gli ed-bangers di quella stagione – gli stilemi electro-rock e funk sono messi a disposizione del dancefloor e il risultato è fresco e vivace.
Dopo Cross, l’impressione è che anche la fantasia di giocare con uno standard, che sia electro-rock o funk, sia un po’ venuta meno – ne abbiamo definitiva riprova con il blando Woman (2016). Non è facile ripetersi quando ti fai conoscere (anche da un pubblico generalista) con il riuscitissimo remix dei Simian o con quel monolite in overdrive che è Waters Of Nazareth.
Disco nuovo, modus operandi consolidato. Metodicamente, i nostri rielaborano le sempreverdi suggestioni french house, electro-funk, le intuizioni dancefloor degli esordi. Unica nota a margine è l’intenzione (positiva, per chi scrive) di riposizionarsi, almeno in parte, su coordinate electro e dancefloor, dopo una lunga fase simil-prog e 70s funk poco incisiva.
Lato french house, Dear Alan è la dedica ad Alan Braxe (the Upper Cuts per citare il suo lavoro più popolare), che già remixò i Justice di D.A.N.C.E con Fred Falke. Poi il dancefloor fatto di synth distorti, glitch e sidechain alla vecchia maniera con Generator e Incognito, quest’ultima vicina agli umori R.A.M., con le sue commistioni digitale/analogico – cose che i nostri sperimentano già da tempo (Audio, Video, Disco, 2011), e che qui, seppur a fatica, cercano una loro dimensione originale.
Non aggiungono molto le collaborazioni, Tame Impala in primis – il loop cantato di Kevin Parker è incollato in maniera abbastanza superficiale al disco-funk monocolore di One Night/All Night. Neverender, ancora con Parker alla voce, in apertura di disco, è trascurabile in generale. Il contesto “dance” può non essere adatto a collaborazioni veramente sentite (anche se i fuoriclasse ci riescono, si veda alla voce Daft Punk, Todd Edwards e Romanthony in Discovery), ma si poteva fare qualcosa di più per combinare traccia e ospite. Mannequin Love fa eccezione, synth-pop misto funk di maniera, però The Flints sono ben disposti e il risultato è buono.
Explorer ritorna sulle commistioni digitale/analogico, ovviamente super compresse come da tradizione. Poi Muscle Memory, crescendo di arpeggi digitali, e Saturnine (con Miguel), riconoscibilissimo marchio di fabbrica Justice electro-funk, per i nostalgici.
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