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7.5

In inglese, la frase “we were just here” esprime sorpresa, frustrazione o consapevolezza di trovarsi nello stesso posto o nella stessa situazione di nuovo, dopo poco tempo. Oppure l’incredulità di fronte a quanto velocemente il tempo sia passato.

In apertura un colpo forte che crepita da screziare i microfoni. Poi un effetto pinger risonante. Entrano arpeggi sospesi. Una voce diafana sogna cose da bambina:

There is a way / We can be, playing / Swinging for days / On paper planes.

Dal debutto del 2018 e dal successivo Heart Under (2022), i Just Mustard – quintetto di Dundalk, Irlanda – hanno sempre esplorato la foschia di generi tra shoegaze, dream pop, industrial e noise. In questo terzo lavoro, la loro scrittura indaga nuovi recessi sonori che sembrano parlare della vita della nostra epoca.

Pollyanna inaugura l’album con un muro di suono euforico, erede dei My Bloody Valentine ma carico d’ansia vitale invece che di malinconia e sonno. In Dreamer: I don’t wanna go where / I can’t feel a thing / I wanna feel something. La tensione cresce in We Were Just Here, cavalcata di synth quadrati ma smussati alla MGMT: Everything happens, all the time / All around me now / I just wanna make it feel good.

Questa euforia si rivela confinante con il panico. Panico che si traduce in “drumgasms” febbrili ed estatici (Endless Deathless, That I Might Not See), messi in risalto dal produttore David Wrench (FKA Twigs, Sampha).

Con la fame di vita, tuttavia, coesiste anche una nostalgia eterna: il senso di aver già perduto qualcosa che ancora è di là da venire. Si percepisce nei brani con testi d’amore come Silver, Somewhere e Dandelion: un soundscape epico e stregato, un dream pop in cui i synth ondeggiano come fuochi fatui on un sottobosco scuro.

Con gli ultimi due brani il disco chiude in una sacra angoscia. The Steps è un clangore rituale di archi metallici, musica che pare scritta per l’accompagnamento cerimoniale di un rito che scandisce le fasi della vita umana – un funerale, un matrimonio, o un battesimo – ma che pare svolgersi tra i pochi rimasti nella desolazione dopo una catastrofe.

I can not free / What’s sinking me / For only fields / No roads from here.

Out of Heaven chiude in un rumore digitale compresso, sgranato che, per qualche mistero, si armonizza con le due voci candide in un trip-hop che pulsa come una luce al neon sul punto di morire.

Con We Were Just Here, i Just Mustard creano un mondo sonoro nuovo, inedito, che ci parla da vicino: restituisce l’attrito emotivo della nostra epoca, in cui i sensi si ovattano languidi mentre allo stesso tempo assorbono sovraccarichi di violenza.

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