Recensioni

Uno dei meriti che si possono attribuire alla Bad Robot, casa produttrice di J.J. Abrams, è sicuramente quello di essere in grado di cavalcare appieno l’atmosfera multitasking figlia del nostro contemporaneo; difficilmente i progetti cinematografici (o televisivi) che mette in cantiere vivono solamente nello spazio “limitato” del loro racconto. Ed è così che, per esempio, il Cloververse (l’universo germogliato da Cloverfield, film del 2008 diretto da Matt Reeves) è in grado di rigenerarsi al massimo delle sue potenzialità ogni volta che ritorna oggetto di discussione. Probabilmente uno dei primi dell’era digitale, quell’insolito monster movie, che si accodava all’emergente e poi abusata scia dei falsi documentari (mockumentary), aveva ingigantito la propria forza grazie ad un curioso marketing virale (diventato poi un marchio di fabbrica), capace di sfruttare sia il mondo dei manifesti, con un’attenzione particolare per la fittizia bevanda giapponese Slusho!, sia quello della rete, con le finte pagine web di teorie del complotto e bizzarri video compromessi.

Nel 2016 fu la volta di 10 Cloverfield Lane, sequel spirituale dai toni più thriller (se non consideriamo i fantascientifici dieci minuti finali, una delle sequenze più WTF? degli ultimi anni), impreziosito dall’ottima performance di un inquietante John Goodman. Infine, il nuovo capitolo del franchise è approdato su Netflix a sorpresa dopo il Super Bowl, saltando direttamente l’uscita in sala e completando quell’idea di intermedialità di cui si parlava all’inizio. Nonostante non fosse nato con l’intenzione di collegarsi a questo universo (aveva anche un altro titolo, God’s Particle), The Cloverfield Paradox è a tutti gli effetti il nuovo plug-in del Cloververse, una nuova attrazione di questo parco giochi (esattamente come lo ha definito Abrams in un recente Q&A su Facebook) che non sembra assolutamente intenzionato a passare di moda.

Una catastrofica crisi energetica minaccia gli equilibri politici della Terra e una squadra internazionale di astronauti deve compiere una missione nello spazio: attivare un acceleratore di particelle in grado di creare una quantità illimitata di energia. Dopo una serie di tentativi andati a vuoto, riescono a far funzionare la macchina, non sapendo che questo li porterà a fare i conti con una spaccatura nel continuum spazio-tempo. Confinati in una dimensione alternativa, l’equipe della Cloverfield Space Station dovrà capire come tornare a casa, senza farsi coinvolgere dalle conseguenze paradossali della loro missione.

Dopo la visione di questo terzo capitolo, diretto dall’esordiente Julius Onah, è sempre più difficile definire coerente quello che sta portando avanti la Bad Robot, soprattutto perché trasmette quello che il suo immediato predecessore aveva intelligentemente evitato: la sensazione che l’inserimento nel Cloververse sia stato soltanto il risultato di un cambio di rotta disperato per dare valore ad un progetto che già sulla carta non aveva particolare attrattiva. Mentre i primi due capitoli continuano a reggersi in piedi da soli, grazie alle molteplici letture che è possibile derivarne (dal terrore post-11 settembre del capostipite, alla crisi dell’uomo americano contemporaneo del sequel), The Cloverfield Paradox è esattamente quello che sembra, ovvero l’ennesimo sci-fi dalle tinte horror che drasticamente crolla sotto gli stereotipi e le disseminate citazioni. Tralasciando le scialbe sequenze ambientate sulla Terra (possibile che un qualsiasi fanta-scrittore riesca ad ipotizzare il disastro spazio-temporale prima degli stessi astronauti esperti?), tutto ciò che concerne la vita sulla Cloverfield Space Station è un concentrato di passaggi narrativi abbastanza prevedibili per chiunque abbia avuto in passato interesse per il genere di riferimento, sebbene gli sceneggiatori abbiano cercato di nascondere l’evidenza sotto l’inedita serie dei paradossi ad “effetto palla di neve” – e no, niente a che vedere con le falliche creature di H. R. Giger di Alien, il Tesseract dietro la libreria di Interstellar o il più recente vermetto tentacolare di Life.

La non-troppo-bad-ass woman protagonista (Gugu Mbatha-Raw), il latino credente (John Ortiz), l’americano sbruffone (Chris O’Dowd), l’antipatico russo (Aksel Hennie), il tedesco severo (Daniel Brühl), la cinese nerd, (Zhang Ziyi), l’ambiguo “ospite inatteso” (Elizabeth Debicki)… personaggi talmente bidimensionali da rendere inutile qualsiasi tentativo di valorizzare la manciata di battute che spetta ad ognuno e che oscilla tra spicciola scienza no-sense (a un certo punto si cita pure il bosone di Higgs) e i soliti drammatici retroscena, almeno per chi ha la fortuna di averne. Il vero paradosso è che, nonostante tutto, il film contiene la sua sufficiente dose di stuzzicanti nozioni ed easter egg legate al franchise e al suo possibile proseguimento, e per questo riesce ad essere un passaggio obbligato per coloro che lo seguono dal principio, ma purtroppo niente di più.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette