Recensioni

Non è un azzardo affermare che, negli ultimi tempi, non c’è stato un artista tanto amato, riconosciuto e omaggiato come Johnny Cash. A tre anni dalla scomparsa, l’ombra lunga del man in black continua a stendersi sui nostri giorni: dopo il grande successo del biopic Walk The Line e l’uscita del cofanetto Unearthed, è infine arrivato il momento di pubblicare le ultime canzoni registrate dal Nostro per il quinto volume delle American Recordings, curate da Rick Rubin a partire dal 1994.
Nella sostanza, A Hundred Highways non fa che confermare quanto già era emerso dai precedenti quattro episodi: le straordinarie doti interpretative di Cash restano intatte, così come la caratura degli arrangiamenti – messi a punto in fase postuma dai fidati Mike Campbell, Benmont Tench e Smokey Hormel, più Matt Sweeney e Johnny Polansky-, stavolta ancora più minimali del solito, tanto che il set di brani appare come il più omogeneo della serie (unica eccezione in una maggioranza di ballate, il blues à la Tom Waits di God’s Gonna Cut You Down); quello che cambia è come l’artista ne viene fuori, colto nei suoi ultimi giorni, quando la fine era vicina.
Accantonato l’epos, c’è soltanto spazio per la preghiera e la fede (l’iniziale Help Me, l’autografa I Came To Believe), per l’accettazione del proprio destino (l’inedita Like The 309, l’ultima canzone scritta e composta da Johnny), per piangere chi non c’è più (On The Evening Train di Hank Williams suona come un estremo saluto a June Carter, scomparsa qualche mese prima del marito), nell’incantesimo di una voce che è insieme fierezza e rimpianto, sconfitta e resistenza.
E così accade che la magia si ripeta ancora una volta, che Further On Up The Road del tardo Bruce Springsteen sembri scritta apposta per lui, così come If You Could Read My Mind o I’d Be A Legend In My Time (le originali rispettivamente del canadese Gordon Lightfoot e di Ronnie Milsap), mentre il finale di Rose Of My Heart, Four Strong Winds (in passato interpretata, tra gli altri, da Neil Young) e I’m Free From The Chain Gang Now ci restituisce il Cash più classico, quello delle country ballad romantiche, dei traditional e dei canti dei detenuti. Un disco sincero e sentito dunque, lontano da ogni retorica e logica celebrativa, che suona come un ideale addio. Tutt’altro che scontato.
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