Recensioni

6.4

E’ dallo scorso anno che ci ripetiamo su Mr. JZ: semplicemente perché è l’uomo a ripetersi. Torna così il trio di Alhambra Love Songs, potenziato dal vibrafono di Kenny Wollesen e dal basso di Shanir Blumenkranz. Ed è ancora lo Zorn romantico e cinematico: jazz da camera e saliscendi di sapore minimalista – nel senso del Philip Glass meno avant – per piano e percussioni.

I pezzi sono piacevoli, ma è davvero scocciante sentire ancora autocitazioni che sempre più hanno il sapore dell’autoriciclo: Sacred Dance sembra una outtake da Invitation To A Suicide (2002). Il disco si salva grazie alla bravura di Bob Burger (agli acquarelli pianistici Affirmation, Hymn for a New Millenium e Journey for the Magicians) e al pezzo principale della raccolta, The Magus, lunga dissertazione fusion-prog su un tema in controtempo.

Zorn il miracolo l’ha già fatto, brevettando una maniera che è riconoscibile, accessibile e – formalmente – sempre di qualità. Ma se per adesso, nella aurea mediocritas su cui si è comodamente appollaiato, l’oro e la mediocrità si bilanciano ancora piuttosto bene, niente esclude che nel futuro il secondo termine possa mettere in ombra il primo.

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