Recensioni

Non capita tutti i giorni di ritrovarsi tra le mani un album firmato da John Parish. Musicista eclettico e producer visionario, noto più per le collaborazioni (d’alto profilo) con PJ Harvey che per le produzioni soliste, sporadiche e per lo più strumentali. La biografia di Parish è infatti in rima con nomi celebri di alcune punte di diamante degli anni Novanta (vedi Giant Sand e Sparklehorse), dove il Nostro si è ritagliato il ruolo eccellente e fondamentale di furioso deus ex machina e, vogliamo sottolinearlo, con risultati degni di nota.
Lo stupore per un disco come questo Bird Dog Dante – titolo derivante più da una scelta di assonanze che semantica – scaturisce proprio da questa insolita attività di solista, volutamente relegata a ruolo comprimario. E viene da chiedersi, vista la varietà di prospettive e sonorità messe qui in campo, cosa sarebbe potuta essere la carriera di questo ardito sessantenne inglese se la miriade di progetti in cui è tuttora impegnato non avesse sottratto così tanto tempo alla sua di scrittura. Certo è che, di contro, non avrebbe potuto contare su quel background di influenze che vengono masticate e metabolizzate in questo album, dove Parish si diverte a sperimentare anche a danno di un’omogeneità sfuggente e che finisce per spaccare il disco in due tronconi, seppur entrambi significativi.
In Bird Dog Dante si alternano stilemi inaspettatamente pop ed ammiccanti (Rachel) e toni elegiaci e marcatamente malinconici (Sorry for Your Loss, dedicata proprio al compianto Mark Linkous), spaziando su punte folk (Add to the List) e incendiarie tirate chitarristiche (Buffalo). Sul versante strettamente strumentale non mancano ovviamente le sorprese, anzi è sicuramente questa la parte più riuscita dell’album, quella in cui Parish sembra trovarsi più a proprio agio, giocando con i toni chiaroscurali, bilanciando atmosfere, tensioni, stratificazioni sonore. Così se Le Passé Devant Nous sembra quasi citare Lynch, altrettanto convincente è il sound thrilling di Kireru e Let’s Go, tra i punti più alti dell’intera opera grazie soprattutto al sapiente gioco di pieni e vuoti sviscerati da chitarre e tastiere che s’intersecano senza sosta. È un gioco scandito da battiti e secondi che sanno di infinita ed elegante lentezza. Parish è abile a piegare il tempo a proprio piacimento, come il dio di un piccolo universo personale.
Dietro a ogni sfumatura di questo disco c’è un profumo agrodolce che è costantemente supportato da una scrittura raffinata ed incredibilmente ispirata. Merito forse anche di una fase di lavorazione pacata che ha visto Bird Dog Dante iniziare a prendere forma tra i Toybox Studio di Bristol, per poi proseguire per lo più a casa di John, coadiuvato dagli amici di sempre, quelli che non hanno bisogno di tante parole per comprendere le intenzioni di chi “dirige i lavori”. A mancare è quel filo comune in grado di appianare le divergenze tra le due anime dell’album. Un particolare, ad avviso di chi scrive, su cui è possibile sorvolare, vista la qualità di cui ci rende partecipi Parish. Sicuramente non tra gli album di punta di questo 2018, ma intanto è cosa buona e giusta iniziare ad appuntarselo e soprattutto ascoltarlo. Ascoltarlo davvero.
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