Recensioni

Questo CD, che in molti avranno incrociato nel reparto dedicato alla musica contemporanea di ogni discoteca che si rispetti, è senza ombra di dubbio uno dei lavori più significativi apparsi nello sterminato catalogo di John Cage. Ascoltato senza conoscerne i retroscena, l’album suona come l’amatoriale avverarsi di uno spartito povero e sconclusionato, suddiviso in tre tempi in virtù di una logica apparentemente incomprensibile. L’esecuzione stessa, a opera di Cage, ci mostra un compositore che non ha mai inseguito velleità da interprete e che anzi, qui inequivocabilmente, mette a nudo i propri limiti come nessun altro protagonista del Novecento “Serio” ha mai fatto.
Investigando il percorso compiuto dal Nostro per arrivare a un punto tanto drastico – e tanto straordinariamente infantile nell’accezione zen del termine – scopriamo che il materiale di partenza è nientedimeno che il Socrate di Erik Satie, sul quale Cage stava lavorando nel 1969; l’intenzione era fornirne due arrangiamenti diversi ma complementari per un balletto del coreografo Merce Cunningham. Le cose andarono diversamente e il caso, al solito, suggerì al geniale newyorkese una soluzione ben diversa da quanto originariamente previsto.
Si finì perciò col mantenere la stessa metrica e fraseologia del Socrate, applicando però a ogni frase un terzetto di domande riguardo la scelta delle singole note, alle quali fu data risposta interpellando il libro dei Mutamenti cinese I Ching. Da qui l’“imitazione economica” di Cage su Satie. Imitazione della quale esiste, tra l’altro, anche una partitura per orchestra senza direttore, che arriva fino a 96 elementi ma che certo non può raggiungere lo zenit semplificativo qui avverato. Il Socrate cageano è ambientale più di quanto non lo sia l’intero catalogo satieano. La voce è abolita, scarnificando il “dramma sinfonico” mediante il solo pianoforte e facendone un lavoro di minimal art con la forma della più illuminata accettazione.
Dispiace soltanto che non esista un numero più consistente di registrazioni dalle mani del Nostro il quale, minato dall’artrite, preferì di lì in avanti delegare a terzi l’esecuzione di lavori che, a onor del vero, si fecero sempre più complessi sotto il profilo della fattibilità e richiesero dunque ben altre competenze tecniche.
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